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mercoledì 30 settembre 2009

Il soldato dell'esercito di terracotta


“Bene” pensai, mi porta in camera sua per stare più comodi.
Mi vedevo già spalmato su di lei aggrovigliato al suo corpo come una piovra mentre la baciavo tutta e chissà, magari, ci scappava anche qualcos’altro; ma invece che in camera sua entriamo in uno dei lussuosi bagni.
Ora, che potessimo fare sesso, anche se era il mio sogno, mi sembrava una cosa decisamente improbabile e allora che c’entrava questa puntata in bagno? Visto che le cose positive erano terminate iniziai a preoccuparmi pensando a qualcosa di spiacevole.
Una volta dentro la guardai negli occhi, profondi occhi scuri, e cercando di essere il più appassionato possibile buttai lì:
- Michela, mi piaci molto lo sai vero?
- “Si.” Mi rispose lei “Anche tu, ma adesso, gentilmente, se puoi toglierti quel tocco di fango dall’orecchio…”
Basito, mi girai lentamente verso lo specchio che di rimando mi mostrò un pezzo enorme di terra che faceva bella mostra indeciso se entrare o uscire dall’orecchio destro.
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Nonostante l’inizio poco felice io e Michela passammo diverso tempo assieme vivendo anche dei bei momenti amplificati dalla leggerezza dell’età. La ricordo con tenerezza. Un bacio a lei e ai bei tempi.
3/3
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martedì 29 settembre 2009

Il soldato dell'esercito di terracotta


La villa dove abitava Michela era una costruzione sontuosa. Per la festa le avevano messo a disposizione tutto il piano interrato: un salone enorme con tappeti, divani, cuscini e luce diffusa.
Suonato il campanello mi venne ad aprire Barbara, l’amica del cuore di Michela, un fagocero di 120 kg al quale ero profondamente antipatico e infatti girandosi verso la sala, disse:
- E' er chimera, ora siamo tutti!
Eh già, “il chimera…”, un soprannome che la dice lunga sull'alone d'alieno che mi circondava già allora.
Entrai attento a bagnare il meno possibile il pavimento. Mentre mi pulivo la suole delle scarpe Michela mi venne incontro e mi porto dentro.
L'aria pesante, carica di umori umani e dell'odore dolce del cibo diceva che la festa era entrata da tempo nel vivo. In alcune zone d’ombra armeggiavano coppie consolidate e altre di nuova costituzione.
Una musica ipnotica fendeva l’aria.
- Prendi qualcosa?
- No, grazie, casomai dopo. Adesso ti và di ballare?
E mentre le prendevo la mano mi chiese:
- Andata bene la partita?
- Bah, niente di chè. Risposi distrattamente come se in fondo avessi solo asservito ad un impegno fastidioso.
Ci stringemmo.
A diciassette anni questi incontri ravvicinati provocano reazioni pressocchè istantanee. Una volta appurato che la cosa era particolarmente gradita iniziai a baciarle il collo, il lobo dell’orecchio e con la lingua a ispezionarne l'interno.
Nessuna reazione…
Un pò deluso continuai comunque imperterrito.
A un certo punto Michela si staccò dal mio corpo e mi fece perentoria:
- Vieni con me!
2/3
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lunedì 28 settembre 2009

Il soldato dell'esercito di terracotta


Ci fu un periodo della mia vita in cui la fica si trovò decisamente in secondo piano rispetto al calcio o meglio, tutto era in secondo piano rispetto al calcio: studio, famiglia, amici, ecc.
Questa è una storia di quei tempi.
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Quando Michela mi disse che il sabato pomeriggio avrebbe festeggiato il compleanno, con un sorriso ebete sulle labbra le risposi: “ok, ci sarò…” e dopo qualche istante: “… gioco la partita e vengo”. Lei mi guardò enigmatica e annuì.
Ero convinto di piacerle almeno quanto lei piaceva a me e la festa era il momento giusto per affrontare l’argomento. Arrivare tardi poteva essere fatale, alcune situazioni incerte avrebbero potuto evolversi per il peggio e le aspettative che nutrivo potevano naufragare tragicamente. Neanche per un istante però mi passò per la mente di rinunciare a giocare e andare direttamente alla festa. Tenevo a Michela e mi sarebbe dispiaciuto se fosse finita male; ma nulla mi avrebbe fermato dal giocare la partita.
Arrivò il sabato: una giornata buia e tempestosa. Dalla mattina non smise un attimo di piovere, il campo era ridotto un acquitrino, il pallone rimbalzava appena. Giocammo la partita mentre sulle nostre teste infuriava il temporale e quando l’arbitro fischiò la fine, coperto di fango, degno emulo di un guerriero dell’esercito di terracotta, rientrai di corsa negli spogliatoi cercando di sbrigarmi il più possibile. Feci la doccia a tempo di record, lavai gli scarpini riproponendomi di dedicargli più cura alla sera una volta tornato a casa, e coi capelli lunghi bagnati e la borsa sulla testa per ripararmi dalla pioggia mi precipitai a casa di Michela.
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