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martedì 6 aprile 2010

immagini di silenzio: karesansui


I giardini zen sono definiti anche col termine giapponese karesansui e sono un tipo di giardino secco nato nei monasteri zen per favorire la preghiera e la meditazione dei monaci.
Sono composti principalmente da sabbia e pietre, l'unica pianta utilizzata è il muschio. Ogni cosa va posizionata con un cura soprattutto le pietre che rappresentano le montagne e le piante e possono essere messe isolate o una vicina all'altra; la pietra viene usata anche per simboleggiare l'acqua rappresentata da dei fiumi di ghiaia.
La sabbia di questi giardini va rastrellata con cura creando dei disegni curvilinei, spesso cerchi concentrici, che simulano le onde del mare.
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Santa Grata (Bergamo- Città Alta)


Non solo Macabri «Buon giorno, signor Scheletro. I miei ossequi, signora Morte. Come va? Tutto bene?». Una bella coppia, senza dubbio, elegante e distinta. Un po’ strana, forse. Un po’, come dire?, “imbarazzante”... Gente di poche parole, freddina, a dirla tutta, con quel sorrisetto di chi sa qualcosa che tu non sai. E poi ti osservano, ti sbirciano, me ne sono accorto. Almeno come possono guardarti dei teschi dalle orbite vuote...Ma dove siamo capitati? A una lugubre festa in maschera? O all’altro mondo? Né l’una, né l’altro, per fortuna. Anche se con il fatto del morire qualcosa c’entra, tutto ciò. Siamo a Bergamo, a Borgo Canale, per l’esattezza, uno dei quartieri più suggestivi di Città alta, in uno dei luoghi cari alla tradizione religiosa degli orobici, la chiesa di Santa Grata. Dove, cioè, si venera la memoria di quella nobildonna che raccolse le spoglie del martire Alessandro, il civico patrono, proseguendone l’opera di apostolato.Il tempio, dunque antichissimo nell’origine, ha subito più e più rifacimenti, tanto che oggi appare in forme neoclassiche, con decorazioni d’inizio Novecento, ben fatte ma non certo esaltanti per il gusto odierno. Ma tanta storia, e tanta devozione, non si può certo cancellare. Ed ecco allora, sparse per la chiesa, testimonianze vetuste, relitti sorprendenti, quadri e dipinti di assoluto valore e di squisita bellezza. Delle vere “chicche”, come i Macabri di Paolo Vincenzo Bonomini, per l’appunto.Sei pannelli, sei tele che in occasione della commemorazione dei defunti venivano montate su un catafalco e presentate alla pubblica visione. O meglio, a una collettiva meditazione. Su cosa? Ma sulla morte, of course. Un teatrale, scenografico, grandioso Memento Mori, con i personaggi e i protagonisti della bergamasca società napoleonica chiamati a interpretare se stessi, quel che sono, quel che saranno. E, infine, quel che siamo. “Napoleonica”, diciamo, perché l’epoca di questi pannelli è proprio quella dei primi anni dell’Ottocento, come denunciano gli abiti in perfetto stile “direttorio” dei nostri damerini, a passeggio con il loro cagnolino. O come evidenzia la divisa del soldato tamburino, in un trionfo di verde bianco rosso: già, proprio l’italica bandiera, nata allora (e in Lombardia!) come vessillo della Repubblica Cisalpina e che poi sarà adottata dal nuovo Stato unitario. Un documento storico, quindi, interessante e prezioso.Ma non manca il popolo - e come potrebbe, in questi anni rivoluzionari? -, rappresentato da una coppia di contadini, sorpresi in amena conversazione: lei in piedi, con sporta e pentola di rame, agghindata come una perfetta Lucia Mondella; lui seduto, con cappellaccio in testa e roncola alla cintura. Ma c’è anche il falegname, che di chiacchierare, lui, non ha proprio tempo, carico com’è di seghe, pialle e altri arnesi da lavoro: un costruttore di bare, chissà? Ma forse non è il caso di “forzare” troppo la mano…E poi l’intellettuale, ovvero quel pittore che, tavolozza e pennello in mano, sa tanto di citazione autobiografica del Bonomini stesso, che, a dirla, tutta, viveva a lavorava a pochi passi da Santa Grata (come ancor oggi ricorda una targa). Attorno a lui due ragazzini, un maschietto e una femminuccia, probabilmente i figli stessi dell’artista, anch’essi, come tutti, con i loro bei teschi e tibie, seppur più minuscoli. Perché, forse che la morte risparmia i più giovani? O forse che non raggiunga anche i più pii e i più devoti, come i due bianchi frati genuflessi davanti alla Croce?La terra bergamasca pare avere una predilezione particolare per questo genere di rappresentazioni: basta pensare a quello straordinario Trionfo della Morte che campeggia sull’Oratorio dei Disciplini a Clusone. Ma questa Danza Macabra di Borgo Canale sorprende per il tono ironico, quasi scanzonato, dove il dramma si stempera in una quotidianità lieve e piacevole, e dove questi scheletri indaffarati, più che defunti o morituri, paiono come radiografie di uomini e donne intenti a recitare una parte…Eppure, proprio per questo, il messaggio dell’insieme non perde la sua forza, e anzi pare trarne giovamento. Troppo facile, pensare alla morte quando si manifesta nelle sue espressioni più violente e inattese. La nostra finitezza, la nostra mortalità, ci accompagna ogni giorno, ogni istante della nostra vita, che si sia ricchi o miserabili, che si sia intelligenti o sprovveduti, che si sia giovani o vecchi da averne viste tante… Meditiamo gente, meditiamo. Ma, illuminati, sempre, dalla speranza cristiana.
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(articolo di Luca Frigerio)
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da IL SEGNO - numero 11 - novembre 2006
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venerdì 2 aprile 2010

La sindrome di Cotard: la convinzione di essere morti


Odd Nerdrum - Drifting
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La sindrome di Cotard, un raro disturbo (circa 100 casi segnalati in letteratura) per cui il paziente è convinto di essere morto.
Fu chiamata così dal nome dello psichiatra francese Jules Cotard che ne descrisse la sintomatologia alla fine dell’ottocento definendola un delirio di negazione accompagnato da sentimenti di colpevolezza, negazione di parti del corpo ed anche, paradossalmente, di intenzioni e ideazioni suicidarie.
E’ una condizione osservata, molto raramente, nei pazienti con schizofrenia e disturbo bipolare grave, ma anche in seguito a danno cerebrale.
Gli scienziati credono che i pazienti con sindrome di Cotard siano andati incontro alla stessa “interruzione” fra riconoscimento dei volti ed emozione di familiarità che avviene nei pazienti con sindrome di Capgras con la differenza che questi ultimi attribuirebbero all’esterno il problema ("quella donna sembra mia moglie, ma io non provo niente nei suoi confronti quindi non è mia moglie"), mentre i primi lo attribuirebbero a sè stessi ("quella donna sembra mia moglie, ma io non provo niente per lei, io sono morto").
Lo stile di attribuzione causale (interno od esterno), che è la tendenza di una persona ad attribuire gli eventi della sua vita a sé stessa o agli altri o al caso (ciascuno di noi ha il suo stile di attribuzione causale) potrebbe essere la differenza cognitiva che sta alla base del diverso esito sintomatologico di una stessa patologia.
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Sul Financial Times c’è un articolo che parla di un recente caso di Sindrome di Cotard: una giovane paziente con episodi di epilessia insorti a seguito di un’ infezione cerebrale da virus herpes simplex.
Si chiama Liz e si è presentata al London Hospital affermando di essere morta da due settimane e di non sapere dove si trovava se all’inferno o altrove.
Il medico che l’ha seguita, il dott. McKay, oltre alle cure del caso le ha fatto anche una serie di domande per cercare di comprenderne lo stile di attribuzione causale, rilevando che questa paziente aveva effettivamente una tendenza inusuale all’attribuzione interna.
Si tratta naturalmente soltanto di una ipotesi, il neuroscienziato Ramachandran nel suo libro Cosa sappiamo della mente, spiega come una negazione così estesa del proprio "esistere" non nasca dalla sola anaffettività nei confronti di altri conosciuti.
Secondo Ramachandran questo tipo di pazienti è diventato completamente anaffettivo, per ogni cosa, animata e inanimata, vista, toccata, gustata, odorata ecc...
Il totale scollamento emotivo dalla realtà costringerebbe il paziente a darsi la spiegazione (dal suo punto di vista, più che logica) di essere morto.Per fortuna Liz è stata dimessa una settimana dopo, essendo migliorata visibilmente, il suo caso è stato pubblicato nella rivista Consciousness and Cognition.
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da: http://psicocafe.blogosfere.it

giovedì 1 aprile 2010

Le 10 "macchie" del test di Rorschach (n.1)


Lo psichiatra svizzero Hermann Rorschach arrivò probabilmente all’intuizione di usare le macchie di inchiostro dopo aver letto una strana opera, il Kleksographien, pubblicata nel 1857 dal medico Justinus Kerner, in cui delle macchie casuali erano commentate ciascuna con una poesia.
Utilizzando anch'egli delle macchie di inchiostro gli capitò di constatare, con i suoi pazienti, che alcune caratteristiche delle risposte erano associate stabilmente con sindromi psichiatriche.
Elaborò dunque alcuni criteri di analisi delle risposte che pubblicò in un volume dal titolo Psychodiagnostik nel 1921. L’anno seguente morì a 38 anni senza lasciare altri contributi oltre al volume.
Gli stimoli usati da Rorschach erano “forme accidentali ottenute facendo cadere poche gocce di inchiostro su un foglio di carta e ripiegandolo in modo da ottenere una figura approssimativamente simmetrica".
Fra le numerose forme accidentali ottenute e sperimentate ne scelse dieci per formare l’edizione standard del test. I criteri di selezione privilegiarono le macchie suggestive , che suscitavano numerose risposte, quelle di media complessità e quelle simmetriche.
La somministrazione consisteva nel presentare il test come una prova di immaginazione e nel chiedere al soggetto :”cosa potrebbe essere questo?”
Le risposte andavano annotate con estrema fedeltà. Rorschach raccomandava di annotare non solo le risposte del soggetto, ma anche “per quanto possibile, le sue espressioni mimiche, i movimenti volontari e involontari, i segni di eventuali “choc-colore”.
Lo choc colore è una reazione di stupore, di sconcerto o comunque emotivamente negativa connessa con la presenza nella macchia di un colore cromatico.
Esaurite le dieci macchie bisognava passare all’inchiesta, allo scopo di accertare quali erano le caratteristiche dello stimolo che avevano indotto il soggetto a dare le risposte che aveva dato.
Le risposte venivano integralmente trascritte su un foglio detto protocollo per essere poi “siglate” (codificate). Dopo aver completato la siglatura veniva annotata la frequenza dei vari tipi di sigla e si calcolavano alcuni rapporti tra frequenze.
Il nucleo più consistente dei criteri di codifica proposti da Rorschach riguardava le caratteristiche formali delle risposte.
Le categorie originariamente proposte per la codifica erano:
1. I fattori determinanti la risposta (forma, impressione di movimento, colore?)
2. I modi di comprensione , ossia la localizzazione, nell’ambito della macchia del contenuto menzionato nella risposta. La distinzione fondamentale era tra interpretazioni globali riferite all’intera macchia e risposte di dettaglio (piccolo dettaglio, forme intramaculari cioè riferite a spazi bianchi, piccoli dettagli oligofrenici?)
3. I contenuti delle interpretazioni (animali, corpo umano, oggetti inanimati?)
4. L’originalità delle risposte distinguendo fra risposte originali positive o negative a seconda della qualità del contributo emotivo allegato.
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Sul protocollo andavano annotati anche: il numero delle risposte, i tempi di reazione, i rifiuti. In sede di analisi si doveva far attenzione alla frequenza dei modi di comprensione , alla successione di questi modi e al rapporto tra risposte colore e risposte movimento indicato con le sigle TRI- (Tipo di risonanza intima) o TVI (tipo di vita interiore).
Il tipo caratterizzato da prevalenza di risposte–movimento era definito introvertito, il tipo caratterizzato da prevalenza di risposte-colore era definito extratensivo, il tipo che non dà né l’una né l’altra tipologia di risposte era definito coartato.
Rorschach dedicava anche molto spazio alla valutazione qualitativa dell’intelligenza che analizzava varie componenti: capacità di attenzione assidua e attiva, chiarezza della percezione e dei processi associativi, facilità del flusso di associazioni eccetera.
Fin qui la storia.
In seguito sono stati proposti diversi sistemi di classificazione ed analisi da parte di diversi autori, ma le oltre 5000 ricerche effettuate per testare la validità e l’attendibilità del reattivo hanno posto seri dubbi sulla scientificità del Rorschach.
Non si è riusciti a ricondurlo a nosografie o teorie della personalità univoche, non ha mostrato salde predittività rispetto alle diagnosi psichiatriche o a valutazioni dell’esito di psicoterapie, non ha rivelato una solidità transculturale o di genere o di età, operatori diversi, pur avendo avuto lo stesso addestramento, giungono spesso a interpretazioni disparate.
Allo stato attuale l’utilizzo del reattivo di Rorschach per la diagnosi psichiatrica non appare giustificato. Può essere utilizzato come tecnica di sussidio nell’ambito dell’intervista psicologica, assieme ad altri strumenti, tenendo sempre presente che i fattori intuitivi e interpretativi dello psicologo giocheranno un ruolo fondamentale.
Come tra l’altro accade già normalmente nei casi e nei momenti in cui lo psicologo mette da parte la psicometria e accetta di utilizzare le proprie risorse interne di intuizione e analisi per mettere insieme i pezzi dell’esperienza altrui.
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Per approfondire: (1) (2)
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1 Aprile 2010: pesci


Two Fish Chinese Brush Painting
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Tutte le opere figurative orientali sono concepite per venire lette come simboli, e i loro temi portanti (rocce, acqua, nuvole, animali, alberi, erba) non rappresentano solo se stessi ma qualcosa oltre se stessi; essi significano qualcosa. In Oriente non c’è oggetto del mondo naturale, organico o inorganico, né manufatto umano, che non sia immediatamente dotato di senso simbolico, in quanto rappresentabile e interpretabile in un modo o nell’altro.
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In Estremo Oriente la carpa è un animale di buon augurio e la sua immagine viene usata spesso nelle espressioni augurali, senza dimenticare che la sua celebrata longevità ne fa un emblema di lunga vita. Effigiata sui tetti delle case, la sua immagine protegge dagli incendi.
La carpa è la cavalcatura e la messaggera degli Immortali, che la usano per innalzarsi al cielo e nel suo ventre trovano messaggi e sigilli. In Vietnam, nei giorni che precedono il nuovo anno, è la carpa a condurre in cielo il Genio del Focolare e nelle feste di metà autunno sempre una carpa protegge le case dai danni della Carpa d'Oro, spirito demoniaco conosciuto nelle leggende popolari vietnamite e cinesi.
Si trasforma in drago
In Cina e soprattutto in Giappone la carpa è il simbolo del coraggio e della perseveranza. Un'antica leggenda cinese racconta di una carpa coraggiosa e perseverante che riuscì a risalire la cascata situata sulla Porta del Drago, lungo il Fiume Giallo, superando ostacoli e spiriti malvagi. Gli dèi, impressionati da tanto coraggio, la trasformarono in un grande drago.
Sotto forma di drago la carpa acquisisce il dono dell'immortalità ed è divenuta il simbolo di chi aspira a compiere grandi imprese e non teme di affrontare le avversità della vita. Questo percorso iniziatico simboleggia il percorso dell'essere umano stesso che, se sviluppa in sé costanza e perseveranza, può emergere dalle bassezze della vita e divenire erudito e cosciente di sé, uomo superiore.
Simbolo di virilità
In Giappone la carpa è anche un simbolo della virilità audace e in particolare è l'emblema dei fanciulli. Nel giorno della festa a loro dedicata, in maggio, si appendono carpe (realizzate in carta o in tessuto) in cima a un palo o sui tetti delle case.
Secondo una leggenda la carpa è il più coraggioso dei pesci, perché risale a nuoto le cascate e accetta con dignità la morte inevitabile. In Giappone si dice che, a differenza degli altri pesci che tentano di fuggire, quando si trova sul tagliere la carpa non trema e rimane immobile. Allo stesso modo affronta la morte un samurai e così dovrebbe fare il vero uomo.
Per i Cinesi la carpa è anche il simbolo della supremazia intellettuale e offrire una carpa a uno studente, per esempio, è un augurio di successo agli esami.
La carpa koi porta fortuna
Le carpe chiamate koi sono varietà ornamentali della carpa comune; molto colorate, vengono utilizzate per bellezza nei laghetti da giardino e negli stagni, e in Giappone il loro allevamento è molto popolare. Secondo un'ipotesi storica, i primi allevatori furono coltivatori di riso che, notando come la varietà di colori delle carpe fosse ancora più variopinta e bella di quella degli uccelli, ne iniziarono l'allevamento. È una credenza giapponese anche il fatto che questo pesce possa risalire i fiumi: la carpa vive nei fondali melmosi e mantiene torbida e fangosa l'acqua perché smuove continuamente il fondale con il muso. Questo rende impure le acque in cui vive ma per i Giapponesi rimane un vero simbolo. Sempre in Giappone si organizza un campionato dove il primo premio viene vinto dalla carpa più bella. I concorrenti sono allevatori che, attraverso una selezione di incroci tra le varie specie, riescono a creare carpe con riflessi di colori cangianti molto vari e belli.
Il termine giapponese koi significa semplicemente carpa. Esiste però un termine omofono, che si pronuncia sempre koi e significa «amore, affetto», pertanto in Giappone le carpe sono anche un simbolo di affetto e amicizia. Le koi e i tatuaggi di koi sono per tradizione considerati dei portafortuna.
La carpa campa cent'anni
La carpa comune si ritiene originaria della Persia, della Cina, del Mar Nero e del Caspio. Benché non sia un pesce pregiato né particolarmente saporito, molti secoli fa è stata introdotta in Europa per la sua grande capacità d'adattamento ed è facile trovarla nei laghetti artificiali destinati alla pesca sportiva.
È vero che le carpe sono pesci estremamente longevi: si stima possano arrivare a 40 anni d'età e talvolta oltre, ma i Giapponesi amano esagerare e secondo loro le carpe possono battere anche questi record. In Giappone circolano storie di carpe che hanno superato i cent'anni e un leggendario campione di koi pare sia andato oltre i duecento. Inoltre, crescono molto rapidamente: di lunghezza variabile tra i 30 e i 60 centrimetri, eccezionalmente possono andare anche oltre il metro di lunghezza. Sono pesci molto forti ed energici, da qui i loro numerosi attributi simbolici.
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mercoledì 31 marzo 2010

Massimo Fini - Donne, guaio senza soluzione


Le donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.
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Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.
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Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.
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Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.
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Da il FattoQuotidiano del 27 marzo
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martedì 30 marzo 2010

Uganda - Idi Amin Dada

Idi Amin Dada e la sua miriade di medaglie e decorazioni di origine misteriosa

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Idi Amin Dada (grande ammiratore di Hitler), nasce come militare nel corpo d'elite dei fucilieri africani di sua maestà. Come sottufficiale, si distinse (anche per ferocia) nella repressione della rivolta dei mau-mau in Kenya ('52-'56), producendosi in una terrificante serie di persecuzioni, torture ed eliminazioni. Si ritrovò così generale, e quando la Gran Bretagna dovette lasciare l'Uganda, fu proprio Londra a sponsorizzarne l' ascesa presso il primo presidente indipendente, Milton Obote. Dopo un periodo di diffidente ma obbligata convivenza, il colpo di stato.
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E' il gennaio del 1971, Obote parte per un vertice del Commonwealth a Singapore, e Imi Amin Dada prende il potere. Sotto gli occhi compiacenti dell'Occidente, che vedeva nel deposto leader un uomo troppo vicino al comunismo internazionale. Ancor oggi, molti storici sostengono che proprio da Londra e Washington venne l'appoggio decisivo per la sua ascesa al potere.
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Da allora ci furono otto anni abbondanti di orgia di sangue, di disastri economici, di proclami assurdi quanto demagogici, culminati con la folle decisione di invadere la Tanzania. Le cui truppe, pochi mesi dopo, lo spazzarono via raggiungendo la capitale Kampala.
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Anni in cui attorno al suo nome si moltiplicarono le voci, mai dimostrate, ma sempre insistenti, sulle più diverse atrocità. Si dice che gettasse i resti dei cadaveri dei suoi principali oppositori ai coccodrilli nel lago Vittoria, che conservasse i crani degli stessi nei suoi frigoriferi, che si cibasse delle loro carni. Il primo a parlare del dittatore "cannibale" fu Henry Kyemba, suo segretario particolare e ministro della sanità.
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Leggende? Può darsi. Ciò che è certo sono i migliaia di cadaveri di oppositori rinvenuti senza testicoli, o labbra, o occhi, o nasi. Come è certo che espropriò ("me l'ha chiesto Dio in sogno", questa la sua spiegazione), circa 70.000 asiatici, soprattutto indiani e pachistani, che prima del suo putsch gestivano di fatto il commercio del paese. E ridistribuì il tutto fra amici e soldati, che dilapidarono ogni bene in pochissimo tempo.E sicuri sono gli effetti clowneschi tra un massacro e l'altro: come quando il Kenya (nei cui confronti aveva insensate pretese territoriali) decretò l'embargo petrolifero. E lui girava in bicicletta. O quando all'assemblea generale dell'Onu parlò nel suo dialetto, il luganda, rifiutando, proprio lui che aveva avuto tutto dagli inglesi, il "colonialistico" inglese.
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Ma per la tormentata Africa, Imi Amin Dada diventò alla fine una mina vagante: nel 1975, nel pieno del suo potere, diventa presidente di turno dell'Oua (Organizzazione per l'unità Africana) e dichiara l'immediata volontà di attaccare il Sudafrica razzista; l'anno dopo aiuta in tutti i modi i terroristi filopalestinesi che avevano dirottato un aereo dall'Air France ad Entebbe, l'aeroporto internazionale di Kampala.
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Quindi, quando le assi del potere cominciano a scricchiolare, il tentativo di invasione della Tanzania. E' ultimo colpo disperato, alla cieca. Poi viene spazzato via. Per diventare da esule, l'ospite di "fratelli" musulmani come il leader libico Gheddafi, quello iracheno Saddam Hussein e infine, da 10 anni, dei principi dell'Arabia Saudita.
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Le sue vittime sono stimate intorno alle 300.000. Idi Amin Dada muore a circa 80 anni in Arabia Saudita portando con sè i misteri e gli incubi di una delle tirannie più spietate del continente.
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lunedì 29 marzo 2010

Hanami


In questo periodo sta per iniziare in Giappone la stagione Hanami (fiori da guardare). La popolazione è in festa, si fanno scampagnate innaffiate da abbondante Sakè e si osservano i Sakura (i ciliegi in fiore, che sono molto diversi dai nostri, molto più intensi).
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La bellezza dei ciliegi in fiore è molto significativa. Si relazionano i petali dei fiori alla vita: una breve esplosione di colore brilla per tutta la durata della fioritura, prima che la natura faccia il suo corso; una fioritura che rappresenta la brevità e la fragilità dell'esistere.
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venerdì 26 marzo 2010

Chico Mendes


Nacque nel 1944 al Seringal Cachoeira, in Acre, da una famiglia di discendenti di raccoglitori di caucciu'. Fin da giovane si interesso' a far valere i diritti alle loro terre degli estrattori di gomma. Nel 1970 il piano di integrazione nazionale (PNI), un ambizioso piano del governo per domare l'Amazzonia , attrasse costruttori, allevatori di bestiame, compagnie di legname e coloni in Acre. Nel 1975, Chico Mendes organizzo' un sindacato di lavoratori rurali per difendersi dalle violente intimidazioni e dalle occupazioni della terra praticati dai nuovi arrivati che stavano distruggendo la foresta e quindi togliendo ai lavoratori rurali i loro mezzi di sostentamento.
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Mendes organizzo' numerosi gruppi di lavoratori rurali per formare blocchi umani non violenti intorno alle aree di foresta minacciate dalla distruzione e presto attrasse la collera dei costruttori, abituati a risolvere gli intoppi sia grazie a politicanti corrotti sia assoldando pistoleri per eliminare gli ostacoli umani. Queste azioni di contrasto salvarono effettivamente migliaia di ettari di foresta, dichiarati reservas extrativistas dove lavoratori rurali poterono continuare a raccogliere e lavorare il lattice di gomma e a raccogliere frutti , noci e fibre vegetali.
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L'interesse internazionale si concentro' su Mendes come difensore della foresta, ma il suo ruolo come leader lo fece anche diventare l'obiettivo degli oppositori frustrati ed infuriati. Nei primi giorni di dicembre 1988, si attivo' per far divenire il suo paese natale, il Serigal Cachoeira, una riserva estrattivista, sfidando il proprietario terriero ed allevatore locale, Darly Alves da Silva, che reclamava la proprieta' della terra. Il 22 dicembre, Chico Mendes che aveva ricevuto diverse minacce di morte lascio' per pochi istanti la sua guardia del corpo. Fu colpito a breve distanza nella veranda posteriore della sua casa da colpi partiti dai cespugli e mori' subito dopo.
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Per almeno due anni, ci furono diverse speculazioni sugli assassini; nonostante fossero ben noti, furono considerati fuori dalla portata legale per le loro connessioni con influenti proprietari terrieri e figure ufficiali corrotte della regione - un compromesso comune nelle terre di frontiera del Brasile. Forti pressioni nazionali ed internazionali riuscirono a far arrivare il caso in tribunale. Nel dicembre del 1990, Darly Alves da Silva ricevette una condanna a 19 anni di prigione per essere stato il mandante dell'omicidio; suo figlio, Darci, ricevette la stessa condanna per esserne stato l'esecutore materiale.
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I lavoratori rurali , l'opinione mondiale e il governo brasiliano, che necessitava di mostrare ai brasiliani ed al resto del mondo un minimo di controllo sulla regione amazzonica, ottennero ampia soddisfazione dal verdetto. Ma quando i media spostarono i loro riflettori, gli omicidi continuarono. Dagli ultimi anni del '70, di centinaia di omicidi di leaders sindacali e protestanti per i diritti della terra, l'unico che fu investigato completamente e porto' ad una condanna fu quello di Chico Mendes.La condanna a Darly Alves da Silva fu annullata nel febbraio del 1992 a Rio Branco dalla corte d'appello statale.
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giovedì 25 marzo 2010

Il ragazzo di via Panisperna: Ettore Majorana


Ettore Majorana era un fisico, uno scienziato. Ettore Majorana scomparve misteriosamente nel 1938 a 32 anni.
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La sera del 25 marzo 1938 Ettore Majorana partì da Napoli con un piroscafo della società Tirrenia alla volta di Palermo, ove si fermò un paio di giorni: il viaggio gli era stato consigliato dai suoi più stretti amici, i quali lo avevano invitato a prendersi un periodo di riposo.
Il giorno stesso, prima di partire, aveva scritto a Carrelli la seguente missiva:
Caro Carrelli,
Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi... Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto...; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo. »
Ai familiari aveva invece scritto:
Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all'uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.
Il 26 marzo Carrelli ricevette da Majorana un telegramma in cui gli diceva di non preoccuparsi di quanto scritto nella lettera che gli aveva precedentemente inviato.
Lo stesso giorno fu scritta e spedita anche questa ultima lettera:
Palermo, 26 marzo 1938 - XVI
Caro Carrelli,
Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all'insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.
Ma Majorana non comparve più.
S'iniziarono le ricerche. Del caso si interessò, dietro pressioni di Fermi, lo stesso Mussolini; fu anche proposta una ricompensa (30.000 lire) per chi ne desse notizie, ma non si seppe mai più nulla di lui, almeno non in modo inequivocabile.
Il professor Vittorio Strazzeri dell'Università di Palermo asserì di averlo visto a bordo alle prime luci dell'alba del 27 marzo mentre il piroscafo sul quale era imbarcato si accingeva ad attraccare a Napoli (in realtà egli condivise la cuccetta con un giovane viaggiatore che, secondo la descrizione, corrispondeva a Majorana, da lui mai conosciuto personalmente). Un marinaio asserì di averlo scorto, dopo aver doppiato Capri, non molto prima che il piroscafo attraccasse, e la società Tirrenia, anche se l'episodio non fu mai confermato, asserì che il biglietto di Majorana era tra quelli testimonianti lo sbarco. Anche un'infermiera che lo conosceva sostenne di averlo visto, in questo caso nei primi giorni dell'aprile 1938, mentre camminava per strada a Napoli.
Ma non fu mai trovata nessuna traccia documentata della sua destinazione e le ricerche in mare non diedero alcun esito.
Le indagini furono condotte per circa tre mesi e si estesero ad un convento di Gesuiti che si trovava vicino a dove lui abitava, dove pare si fosse rivolto per chiedere una qualche sorta di aiuto, forse come reminiscenza del suo periodo scolastico presso i Gesuiti di Roma. La famiglia seguì anche una pista che sembrava portare al Convento di S.Pasquale di Portici, ma alle domande rivoltegli il padre guardiano rispose con un enigmatico:
Perché volete sapere dov'è? L'importante è che egli sia felice.
Ci fu una ridda di ipotesi, di indizi, ma non si ebbero mai certezze sulla sorte di Majorana: va comunque notato che nelle sue lettere egli non parla mai di suicidio, ma solo di scomparsa, ed era persona attenta alle parole.
L'unica certezza tra tante supposizioni consiste nel non indifferente prelievo di una considerevole somma di denaro (alcuni stipendi arretrati) che Majorana fece prima di far perdere le sue tracce, l'equivalente di circa 10 mila dollari attuali, oltre che della sparizione del suo passaporto. Anche questo fatto, unito alla razionalità della mente di Majorana, rende poco probabile l'ipotesi del suicidio.
Amaldi nel suo Ricordo scrisse che egli aveva saputo trovare in modo mirabile una risposta ad alcuni quesiti della natura, ma che aveva cercato invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, che era per lui di gran lunga più ricca di promesse di quanto non lo sia per la stragrande maggioranza degli uomini.
Il giorno prima di salpare da Napoli consegnò alla studentessa Gilda Senatore una cartella di materiale scientifico: questi documenti furono mostrati anni dopo al marito di questa, anch'esso fisico. Questi ne parlò con Carrelli che ne parlò con il rettore che li volle: dopo di che le carte si persero.
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La scomparsa di Majorana è un enigma ancora oggi rimasto insoluto.
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mercoledì 24 marzo 2010

Gli squadroni della morte - Brasile


Ho dieci anni. Sono lontano da casa. Dormo in uno shopping center della città. Di notte, attorno a mezzanotte, la polizia militare viene e ci porta dentro... Ci picchia, ci fa mangiare scarafaggi ed escrementi, ci butta addosso dell'acqua bollente, ci picchia con dei bastoni sulla testa e ci fa ogni tipo di cosa...
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E' molto difficile oggi stimare il numero dei bambini di strada nel mondo: si parla di 100-150 milioni, ma potrebbero essere molti di più.
Alcuni lavorano in strada ma vivono per lo più in famiglia, altri tornano a casa occasionalmente e molti altri non hanno più legami con la loro famiglia da anni perché ne sono fuggiti, sono stati abbandonati o sono rimasti orfani.
I meninos de rua sono uno dei tanti drammatici e contradditori aspetti del Brasile di oggi e del grave problema, ormai diffuso un po' in tutto il mondo del "maltrattamento" e dei soprusi perpetrati nei confronti dei minori. In Brasile ci sono circa 36 milioni di bambini che si dibattono nella povertà; di questi 7 milioni sono 'meninos de rua'.
Non hanno casa, non hanno famiglia, non hanno diritti. Sono un disturbo per la società, che ne ha paura. Dormono per le strade di Rio, sotto i ponti dei raccordi di cui è piena questa immensa città, negli angoli più bui. Giocano con un pallone di pezza a Copacabana. Scappano quando vedono qualche poliziotto. Sono bambini che hanno anche solo 5-6 anni e quasi tutti lavorano per sopravvivere o chiedono l'elemosina.
Sniffano colla per attenuare i crampi della fame, commettono piccoli furti, si prostituiscono. Diventano facile preda della delinquenza organizzata, di narcotrafficanti senza scrupoli, che li cerca e li assolda con facili promesse.
Una crudele risposta a tale degradazione è stata la costituzione dei cosiddetti "squadroni della morte". Queste formazioni paramilitari sono assoldate e sostenute quasi sempre dai negozianti o dalle compagnie (per esempio quella dei Trasporti di Rio), preoccupate di difendere la propria sicurezza e mantenere l’ordine. I “justiceiros” hanno iniziato a sostituirsi allo Stato sin dal 1950.
Ne fanno parte poliziotti, ex poliziotti, o killer professionisti. Una specie di servizio pubblico, parole loro, tanto che qualcuno lavora per soldi e qualcun altro lo fa solo "per rendere un favore alla società", come ha detto Silvio Cunha, presidente dell'Associazione dei Commercianti di Rio.
Per essere giustiziati non c'è bisogno di essere coinvolti nel narcotraffico. Basta commettere un furto, non pagare il biglietto dell'autobus, rispondere male ad un poliziotto ed ostacolarlo nel suo lavoro, per essere freddati per strada. Alle volte si è prima costretti ad ingerire veleno per topi, poi si è torturati o violentati, e gettati nelle discariche o fatti a pezzi per evitare di essere identificati.
Si calcolano 12 omicidi al giorno.
Anche i poliziotti che non "lavorano" negli squadroni, ma ad esempio fanno parte del gruppo dei “Cavalieri Neri” con alcuni agenti penitenziari, usano gli stessi metodi. L'unica differenza è che non sparano alla testa, una specie di marchio di fabbrica dei “justiceiros”.
Un altro bersaglio privilegiato degli squadroni della morte sono i contadini del movimento Sem Terra, i senza terra. Questo movimento fondato negli anni Ottanta, sostiene oltre 57mila famiglie che hanno occupato terre incoltivate in 23 stati. Negli ultimi 10 anni sono stati uccise oltre mille persone dagli squadristi della morte, spesso assoldati dai latifondisti. Anche in questi casi la connivenza della polizia militare con gli assassini è palese. Anzi, spesso la stessa polizia diviene il braccio armato degli squadristi. Come accadde il 17 aprile 1996 nello stato di Pará, quando la polizia uccise 19 contadini appartenente ai Sem Terra mentre manifestavano pacificamente.
Il presidente brasiliano Lula, nel 2003, per far fronte all’emergenza “squadroni della morte”, ha chiesto l’intervento di un inviato dell’Onu, scontrandosi con la Corte Suprema Locale, che ha poco gradito l’ingerenza dell’Onu, adducendo il fatto che il Brasile vedrebbe in questo un’intromissione che ridurrebbe la propria sovranità nazionale. La situazione è davvero complessa. Come ha constatato l’inviata dell’Onu si tratterebbe di incriminare i "tutori della legge", stipendiati dallo stato, che godono di forti appoggi a livello locale, spesso legati a criminali potenti.
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martedì 23 marzo 2010

Qualche numero


L’87% della popolazione mondiale gode di accesso all’acqua.
Più di un terzo della rimanente popolazione (circa 295.000.000 di persone) che non vi hanno accesso vivono però nell’Africa Subsahariana.
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Quasi il 40% degli esseri umani (2.600.000.000 di persone) non dispone di impianti sanitari di base, come le fogne.
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Questo ha una immensa ricaduta in termini di malattie: 1.500.000 milioni di bambini con meno di 5 anni muoiono ogni anno a causa di diarree, l’88% delle quali causate da assenza di impianti sanitari corretti.
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Ogni giorno vengono scaricati milioni di tonnellate di rifiuti solidi nei fiumi e nei mari che avvelenano le acque uccidendo coralli, pesci, ma anche uomini.
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lunedì 22 marzo 2010

CIA > Point Saint Esprit > LSD > Follia


I servizi segreti americani avrebbero avvelenato con l’Lsd un intero villaggio francese negli anni ‘50. Causando follia e suicidi
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Lo chiamarono “pan maudit”, il “pane maledetto”. Perché fu in quelle baguette che si nascose il segreto della maledizione che nel 1951 colpì Point Saint Esprit, villaggio fino a quel momento sonnacchioso, nel sud est della Francia. Una maledizione vera. A centinaia diedero segni di stranezza o delirio. Cinque si suicidarono. Un ragazzo di undici anni tentò di strozzare la nonna. Un uomo gridò “sono un aeroplano” prima di buttarsi dalla finestra. Un altro “vide” il cuore che gli scappava dal petto e imploro’ un medico di rimetterglielo a posto. Molti finirono in ospedale con la camicia di forza.
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Fino ad oggi quella maledizione era stata ricondotta a un fornaio. Sarebbe stato lui, senza saperlo, a contaminare la farina con l’ergot, un fungo della segale. Ma la storia potrebbe essere andata diversamente. Anzi: molto diversamente. Ne è convinto H. P. Albarelli, giornalista investigativo americano. Che in un libro (Un terribile errore: l’omicidio di Frank Olson e gli esperimenti segreti della Cia durante la Guerra Fredda) spiega come dietro la maledizione ci fosse lo zampino della Cia. Che avrebbe scientemente mescolato Lsd alla farina.
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A mettere Albarelli sulle tracce della maledizione è stata l’inchiesta sulla morte di Frank Olson, un biochimico della Cia che si uccise due anni dopo l’incidente. Documenti del laboratorio svizzero Sandoz che segretamente fornirono agli americani l’Lsd parlano del “segreto di Point St. Esprit”. Non sarebbe un caso isolato: negli anni Cinquanta gli Stati Uniti lanciarono un vasto programma di esperimenti sulla manipolazione della mente dei prigionieri e delle truppe nemiche, guidato dal laboratorio di bioguerra dell’Esercito americano di Fort Detrick in Maryland. Gli esperimenti andarono avanti fino ai primi anni Settanta e sono stati al centro tre anni fa di un saggio dello psichiatra James Ketchum dal titolo “Guerre chimiche: segreti quasi dimenticati”. Quasi, appunto. Come la maledizione dell’agosto ‘51, a Point-Saint-Esprit.
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Tamatori Hime


Nella mitologia giapponese Tamatori Hime è una principessa che ruba al drago, signore degli abissi, una preziosa perla. Nuotando per scappare deve tagliarsi le gambe e nascondere la perla nel suo cuore. Riesce a scappare ma rimane vittima della propria ingordigia, morendo a causa delle ferite auto procuratesi.
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Netsuke Octopus Man


I Netsuke sono piccole sculture di solito in avorio o in legno la cui origine risale probabilmente al XV secolo.
Queste piccole sculture erano forate da due buchi per i quali passava un cordoncino in seta ed erano destinate a fissare alla cintura del kimono la scatoletta delle medicine o la scatola del tabacco o l'astuccio della pipa.
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L'interpretazione dei sogni


Sognare il polipo e i suoi tentacoli nell'interpretazione dei sogni significa materializzare nell'inconscio un abbraccio sgradito una stretta indesiderata. Pertanto l'inquietante avvolgimento dei tantacoli trasmette uno stress come se fossimo assediati. Non vogliamo queste attenzioni, non vogliamo vicino queste persone, ci ripugnano... ci ripugnano?
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Apicio


In polipo: pipere, liquamine, lasere inferes.
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(Apicio)
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I cronisti e gli storici romani ricordano tre distinti personaggi col nome di Apicio.
Vissuti in epoche diverse - dall'età repubblicana a quella augustea, a quella di Traiano - condividono, oltre al nome, la fama di impavidi ghiottoni.
Soprattutto sul secondo - Marco Gavio Apicio - menzionato sia da Seneca che da Plinio, si andò accumulando un'esuberante aneddotica. Si vuole, ad esempio, che nutrisse le murene con la carne degli schiavi, e che si sia ucciso dopo aver dilapidato in banchetti un immenso patrimonio (Seneca riporta una cifra che ammonta a circa 100 milioni di sesterzi, quanto fa in euro non lo so ma sembra comunque tanto).
Intorno al 230 d.C. un cuoco di nome Celio compilò una raccolta di ricette in dieci libri, il De re coquinaria (L'arte culinaria), attribuendola ad Apicio. Si tratta di appunti frettolosi e disordinati che costituiscono, tuttavia, la principale fonte superstite sulla cucina nell'antica Roma.
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venerdì 19 marzo 2010

Le ultime epidemie di peste in Europa - Gaetano Zumbo


Gaetano Zumbo - Cere della peste (XVII secolo)
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L'avvento della Rivoluzione industriale a partire dalla fine del XVIII secolo ha generato nel giro di pochi decenni un notevolissimo miglioramento delle condizioni socio-economiche e igienico-sanitarie di gran parte della popolazione dei paesi occidentali, ed ha inoltre assicurato una più regolare produzione agricola, scongiurando le periodiche carestie sempre presenti nei secoli precedenti. Tali fattori hanno quindi determinato a partire dal XIX secolo la scomparsa pressoché totale delle epidemie di peste dallo scenario europeo. Come si può vedere dall'elenco sotto riportato, infatti, soltanto due sono gli ultimi episodi verificatisi nel corso dell'800, e si riferiscono entrambi a realtà che all'epoca non erano ancora state significativamente interessate dalla rivoluzione industriale.
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1666 - Ultima epidemia di peste in Inghilterra (La Grande peste di Londra)
1720 - Ultima epidemia di peste in Francia; si estese principalmente a Marsiglia ma non raggiunse Parigi
1743 - Ultima epidemia di peste nel Nord Italia
1779 - Ultima epidemia di peste nell'Europa centrale (Peste di Vienna)
1816 - Ultima epidemia di peste nel Sud Italia (a Noicattaro in provincia di Bari).
1889 - Ultima epidemia di peste in Russia, principalmente a Mosca
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La peste nel Novecento
1894-1906 - Terza grande pandemia: coinvolge India, Canton, Hong Kong, Taiwan e Giappone. Solo a Canton le vittime furono tra 40.000 e 100.000 con un tasso di mortalità stimato dell'80%. In India le vittime furono 11.000.000. Durante l'epidemia a Taiwan, Alexandre Yersin isola il batterio e crea un siero che si dimostra efficace nel rallentare in modo decisivo la progressione del morbo.
Anni 1920 - Epidemia nel Madagascar. Si verificarono circa 40.000 casi
Anni 1960 - Epidemia in Vietnam. Nel solo 1967 si verificarono nel paese asiatico quasi 6.000 casi.
Le epidemie più recenti si sono avute in India (ottobre 1994), Uganda (novembre 1998), in Namibia (maggio 1999) e nel Malawi (luglio 1999).
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La peste nel XXI secolo
2009 - Il 18 giugno almeno 13 casi di peste bubbonica sono registrati nella Libia orientale. L'epicentro del fenomeno è un villaggio a 30 chilometri da Tobruk, vicino al confine con l'Egitto.
Ad oggi si registrano tra i 1.000 e i 3.000 casi annuali di peste nel mondo, specialmente in Africa e in Asia, ma alcuni focolai vengono saltuariamente segnalati in alcune aree caucasiche e nordamericane (Canada sudoccidentale, Stati Uniti occidentali e meridionali, Messico settentrionale).
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giovedì 18 marzo 2010

La peste una malattia infettiva

Immagine al microscopio elettronico di una massa di batteri Yersinia pestis
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La peste è una malattia infettiva di origine batterica causata dal batterio Yersinia pestis. È una malattia quarantenaria e per il Regolamento Sanitario Internazionale è assoggettata a denuncia internazionale all'OMS, sia per i casi accertati che per quelli sospetti.
Esistono tre forme principali di peste: la differenza si può determinare analizzando l'interno dei bubboni infetti o attraverso un'emocoltura. Ancora è oscuro perché si trasmetta in una forma invece che in un'altra.
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Peste bubbonica

La trasmissione nell'uomo può avvenire attraverso la puntura delle pulci dei ratti, in particolare la Xenopsilla cheopis, o tramite il morso dei ratti (suris) stessi o di altri roditori. La pulce dell'uomo (Pulex irritans) ed i pidocchi, in forma minore, permettono di trasmettere la peste bubbonica anche da uomo ad uomo.
Insorge violentemente dopo un periodo di incubazione da 2 a 12 giorni. Si presenta con febbre alta, cefalea, grave debolezza , disturbi del sonno , nausea, fotosensibilità, dolore alle estremità, vomito e delirio. Si formano pustole nelle zone punte dalla pulce infetta; i linfonodi delle zone colpite (generalmente la zona inguinale e quella ascellare) si infiammano, gonfiandosi fino a formare uno o più bubboni. Possibile formazione di petecchie.
Nei casi gravi, l'infezione si propaga nell'organismo provocando insufficienza cardiocircolatoria, complicazioni renali o emorragie interne, sintomi che possono facilmente portare alla morte. Altrimenti, nei casi meno gravi, la febbre cessa dopo circa due settimane, i bubboni gettano fuori del pus sgonfiandosi e lasciando una cicatrice.
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Peste polmonare
Forma decisamente più grave rispetto alla precedente in quanto attacca i polmoni, può presentarsi anche come complicanza della forma bubbonica. Il periodo di incubazione va da 1 a 7 giorni e presenta un notevole abbassamento della temperatura corporea, dispnea (difficoltà respiratorie), tosse, cianosi (colorazione bluastra della pelle e delle mucose, sintomo di disturbi circolatori o respiratori) e grave debolezza. Caratterizzante è l'insorgenza di gravi disturbi neurologici. Se non viene curata in tempo, porta quasi sicuramente alla morte per edema polmonare acuto.
La peste polmonare è trasmissibile anche senza l'azione di pulci, per via aerea: attraverso, cioè, tosse e starnuti di persone infette, portatori in grado di contagiare il loro prossimo ospite.
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Altre forme di peste
La Yersinia Pseudotuberculosis si manifesta con sintomi simili alla tubercolosi mentre la Yersinia Enterocolica colpisce essenzialmente il basso tratto digerente.
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mercoledì 17 marzo 2010

I medici e la peste - Paulus Fürst

Paulus Fürst - Il medico della peste (1656)
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Durante l'epidemia di peste del 1656, a Roma, i medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali protettivi e guanti. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.
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Il medico Gentile da Foligno elaborò la teoria del soffio pestifero: una congiunzione sfavorevole dei pianeti avrebbe risucchiato l'aria dalla terra, aria che sarebbe ritornata sulla terra in forma di "soffio pestifero". La facoltà di medicina dell'Università di Parigi, incaricata da Filippo IV di Francia di redigere una relazione sulle cause dell'epidemia, fece propria questa tesi, e così questa spiegazione assunse grande autorevolezza e venne tradotta in numerose lingue europee.
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Molti medici, di fronte alla peste, fuggivano. Se fuggivano erano considerati dei vigliacchi. Se restavano, erano considerati interessati solamente al denaro. Riferisce il cronista Marchionne di Coppo Stefani: "Medici non se ne trovavano, perocché moriano come gli altri; e quelli che si trovavano, volevano smisurato prezzo innanzi che intrassero nella casa." In caso di peste, l'unico dovere del medico era di invitare l'ammalato a confessarsi. Il rimedio cui i medici più frequentemente ricorrevano erano fumigazioni con erbe aromatiche. Papa Clemente VI, per tutta la durata dell'epidemia ad Avignone, rimase rinchiuso nei suoi appartamenti, dove erano accesi grandi falò. È probabile che in questo modo riuscì realmente a sfuggire al contagio: il calore allontana le pulci.
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