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venerdì 2 aprile 2010

Pier Paolo Pasolini


Il sole, il sole. Come già in fondo a Marzo,
nei meandri d'Aprile. Corri, mia macchina azzurra,
dove vuoi, per le strade segnate da altro sole,
il Monteverde dei poveri, tra sfondi straripanti
di case a strati, riarse - un pino sull'asfalto -
file di bar e macellerie con sola cliente la luce -
e un altro versante del quartiere, con la luce di striscio -
una strada in salita - il Sanatorio, coi giardini neri -
la Portuense...
Al Trullo il sole, come dieci anni fa.
"Fermete, a Pa', dà dù carci cò nnoi!"
Giorgio, Giannetto, Carlo, il Moro,
e gli altri, i pigri venticinquenni,
già un pò stempiati, con qualche annetto di galera;
i fratelli minori di primo pelo, chi
come un lieto pagliaccio dentro i panni del padre,
chi elegante nella sua miseria, gli occhietti
come due foglioline umide colpite dal sole.
La partitella, nel cuore della borgata,
tra i lotti che oltre al sole, e a qualche figura
di sorella, di madre, coi golf dei giorni di lavoro,
non hanno nulla da offrire alla nuova primavera...
Correndo Giorgio ha la faccia di Carlo Levi,
divinità propizia, facendo una rovesciata,
Giannetto ha l'ilarità di Moravia, il Moro
rimandando, è Vigorelli, quando s'arrabbia o abbraccia
e Coen, e Alicata, e Elsa Morante, e i redattori
del Paese Sera o dell'Avanti, e Libero Bigiaretti,
giocano con me, tra gli alberetti del Trullo,
chi in difesa, chi all'attacco. Altri,
con Pedalino dal maglione arancione
o Ugo coi blue-jeans dell'anno scorso bianchi sul grembo,
stanno appoggiati lungo il muro color miele della prigione
delle loro case, Benedetti, Debenedetti, Nenni,
Bertolucci con la faccia un pò sbiancata dal sole,
sotto la fiacca falda del cappello, e il dolce ghigno
della certezza sacra degli incerti.
E accanto a un dorato immondezzaio c'è Ungaretti che ride.
E i giovani, che, ai giovani del Trullo, son fratelli,
Siciliano, Dacia, Garboli, Bertolucci figlio; e, come Sordello,
disapprovante e innammorato, Citati. E chi è là,
su quella terra con un barattolo rosa e un torsolo giallo?
Baldini e Natalia. E dentro un cortile tagliato
dalla luce come in un caravaggesco senza neri, Longhi,
la Banti, con Gadda e Bassani. Roversi e Leonetti
e Fortini e Volponi scendono alla fermata dell'autobus,
con i saluti di Contini e quelli dell'ombra di Spitzer.
E, insieme, la Bachmann, Uwe Johnson, Enzensberger...
e un gruppo di angeli londinesi e di fotografi americani
con gli occhi rossi dei nevrotici, e, dalla Russia,
Ciukrai, come venisse alle crociate, e Sartre,
come un sordo, che si fa tradurre, mentre ha capito tutto...
Chi ha detto che il Trullo è una borgata abbandonata?
Le grida della quieta partitella, la muta primavera,
non è questa la vera Italia, fuori dalle tenebre?
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da Poesia in forma di rosa III, PietroII, mercoledì 6 marzo (sera) di P.P.Pasolini
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mercoledì 31 marzo 2010

Loris Tonino Paroli - I capelli accarezzarti volevo


Dal carcere di Palmi
all’obitorio di Milano
il viaggio si presentò lungo
attraverso la luce dei miei occhi
che non vedevano che te
La speranza accompagnava
la non speranza:
ch’eri spirato lo sapevo
eppure speravo speravo...
Ti guardavo dov’eri com’eri
ti accarezzavo
ti sognavo
ti sentivo battere il cuore
ti baciavo sulla fronte
All’arrivo ti avrei voluto
anche i capelli
accarezzare:
quelli non diventano mai
freddi né caldi
Ma una benda vidi
una benda
di sangue tuo fiorita
te li fasciava
facendo apparire
il tuo triste sorriso
coperto da una rosa bianca
e rossa di primavera
Sì, sì
eri bello anche così
ma avrei voluto
i tuoi capelli accarezzare:
quelli non diventano mai
caldi né freddi.
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S.Vittore, luglio 1981
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lunedì 29 marzo 2010

John Donne


Being spent, the world must needs decrepit bee;
For since death will proceed to triumph still,
He can finde nothing, after her, to kill,
Except the world it selfe, so great as shee.
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E ora lei si è spenta e il mondo non può essere che decrepito, perchè se la morte vorrà avanzare nel suo trionfo, non troverà nulla da uccidere - dopo di lei - o solo il mondo, di grande come era lei.
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da A funeral elegie di John Donne
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venerdì 26 marzo 2010

Giacomo Leopardi - Canti XXVII - Amore e Morte


Ὃν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνήσκει νέος
Muor giovare colui ch'al cielo è caro
.
.
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall'uno il bene,
Nasce il piacer maggiore
Che per lo mar dell'essere si trova;
L'altra ogni gran dolore,
Ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
Dolce a veder, non quale
La si dipinge la codarda gente,
Gode il fanciullo Amore
Accompagnar sovente;
E sorvolano insiem la via mortale,
Primi conforti d'ogni saggio core.
Né cor fu mai più saggio
Che percosso d'amor, né mai più forte
Sprezzò l'infausta vita,
Né per altro signore
Come per questo a perigliar fu pronto:
Ch'ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
O si ridesta; e sapiente in opre,
Non in pensiero invan, siccome suole,
Divien l'umana prole.
Quando novellamente
Nasce nel cor profondo
Un amoroso affetto,
Languido e stanco insiem con esso in petto
Un desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale
D'amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
Allor questo deserto: a sé la terra
Forse il mortale inabitabil fatta
Vede omai senza quella
Nova, sola, infinita
Felicità che il suo pensier figura:
Ma per cagion di lei grave procella
Presentendo in suo cor, brama quiete,
Brama raccorsi in porto
Dinanzi al fier disio,
Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
Poi, quando tutto avvolge
La formidabil possa,
E fulmina nel cor l'invitta cura,
Quante volte implorata
Con desiderio intenso,
Morte, sei tu dall'affannoso amante!
Quante la sera, e quante,
Abbandonando all'alba il corpo stanco,
Sé beato chiamò s'indi giammai
Non rilevasse il fianco,
Né tornasse a veder l'amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
Al canto che conduce
La gente morta al sempiterno obblio,
Con più sospiri ardenti
Dall'imo petto invidiò colui
Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
L'uom della villa, ignaro
D'ogni virtù che da saper deriva,
Fin la donzella timidetta e schiva,
Che già di morte al nome
Sentì rizzar le chiome,
Osa alla tomba, alle funeree bende
Fermar lo sguardo di costanza pieno,
Osa ferro e veleno
Meditar lungamente,
E nell'indotta mente
La gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
D'amor la disciplina. Anco sovente,
A tal venuto il gran travaglio interno
Che sostener nol può forza mortale,
O cede il corpo frale
Ai terribili moti, e in questa forma
Pel fraterno poter Morte prevale;
O così sprona Amor là nel profondo,
Che da se stessi il villanello ignaro,
La tenera donzella
Con la man violenta
Pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.
Ai fervidi, ai felici,
Agli animosi ingegni
L'uno o l'altro di voi conceda il fato,
Dolci signori, amici
All'umana famiglia,
Al cui poter nessun poter somiglia
Nell'immenso universo, e non l'avanza,
Se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
Sempre onorata invoco,
Bella Morte, pietosa
Tu sola al mondo dei terreni affanni,
Se celebrata mai
Fosti da me, s'al tuo divino stato
L'onte del volgo ingrato
Ricompensar tentai,
Non tardar più, t'inchina
A disusati preghi,
Chiudi alla luce omai
Questi occhi tristi, o dell'età reina.
Me certo troverai, qual si sia l'ora
Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
Erta la fronte, armato,
E renitente al fato,
La man che flagellando si colora
Nel mio sangue innocente
Non ricolmar di lode,
Non benedir, com'usa
Per antica viltà l'umana gente;
Ogni vana speranza onde consola
Se coi fanciulli il mondo,
Ogni conforto stolto
Gittar da me; null'altro in alcun tempo
Sperar, se non te sola;
Solo aspettar sereno
Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
Nel tuo virgineo seno.
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Pathos esistenziale e drammaticità dei sentimenti, il primo effetto dell'amore: un misterioso desiderio di morte.
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giovedì 25 marzo 2010

Mei - Ye Qiugchen


Mei - Bambu I
.
Versa dell'altro vino e rimani
non aver fretta d'andare via
Di tre parti si compone primavera:
due parti sono di tristezza
la terza parte di vento e di pioggia
I fiori sbocciano, i fiori muoiono:
nessuno arriva molto lontano -
allora smettila di lamentarti
ma canta ad alta voce:
Chissà dove ci incontreremo ancora
l'anno venturo al tempo delle peonie.
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L’osservazione della natura è un tema che i poeti orientali privilegiano. L’alternarsi dei cicli naturali evoca un altro pensiero, quello dello scorrere del tempo come in questi versi di Ye Qingchen, poeta cinese dell’XI secolo.
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mercoledì 24 marzo 2010

Fernando Pessoa


Nulla mi lega a nulla.
Voglio cinquanta cose allo stesso tempo.
Bramo con un'angoscia di fame di carne
quel che non so cosa sia - definitamente l'indefinito...
Dormo irrequieto e vivo in un irrequieto sognare
di chi dorme irrequieto, mezzo sognando.
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da Lisbon revisited di Fernando Pessoa
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lunedì 22 marzo 2010

Ingeborg Bachmann - Enigma (Für Hans Werner Henze aus der Zeit der Ariosi)


Nichts mehr wird kommen.
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Frühling wird nicht mehr werden.
Tausendjährige Kalender sagen es jedem voraus.
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Aber auch Sommer und weiterhin, was so gute Namen
wie “sommerlich” hat -
es wird nichts mehr kommen.
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Du sollst ja nicht weinen,
sagt eine Musik.
.
Sonst
sagt
niemand
etwas.
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Enigma (Per Hans Werner Henze al tempo degli Ariosi)
Niente verrà più. Ben presto niente più accadrà. Il calendario millenario – dicono – è sulla fronte di tutti. Ma anche l’estate e inoltre, ciò che ha nome così buono come – estivo –
non verrà. – Non devi piangere, dice una musica. Del resto nessuno dice niente.
.
[da: Gedichte, 1964-1967]
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venerdì 19 marzo 2010

Guido Gozzano - Invernale


Van de Velde - Scena invernale (part.)(1618)
Monaco, Alte Pinakothek
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«...cri...i...i...i...icch...»
l'incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
«A riva!» Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
«A riva! A riva!...» Un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva. ù
.
«Resta!» Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. «Resta, se tu m'ami!»
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d'immensità, sordi ai richiami.
.
Fatto lieve così come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m'abbandonai con lei, nel folle accordo,
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall'orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro...
dall'orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo...
.
Rabbrividii così, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
già risupini lividi sepolti...
Dall'orlo il ghiaccio fece cricch, più forte...
.
Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperiosa dell'istinto!
O voluttà di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la ripa, ansante, vinto...
.
Ella solo restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo, nel suo regno solo.
Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.
.
Non curante l'affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
«Signor mio caro grazie!» E mi protese
la mano breve, sibilando: «Vile!».
.
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giovedì 18 marzo 2010

Emily Dickinson - Solitudine



Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.
.
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mercoledì 17 marzo 2010

Anna Achmatova - Ultimo Brindisi (1934) / G.De Nittis


Giuseppe De Nittis - Il Salotto della Principessa Matilde (1883)
Pinacoteca Comunale di Barletta
.
Bevo a una casa distrutta
alla mia vita sciagurata
a solitudini vissute in due,
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo
a un Dio che non ci ha salvati.
.
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venerdì 12 marzo 2010

Bertolt Brecht - Mio fratello aviatore


Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.
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Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio; e prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.
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E lo spazio che s'è conquistato
è sui monti del Guadarrama.
E' di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.
.
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giovedì 11 marzo 2010

Léo Ferré - Avec le temps


Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
On oublie le visage
Et l'on oublie la voix
Le coeur quand ça bat plus
C'est pas la peine d'aller chercher plus loin
Faut laisser faire et c'est très bien
** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
L'autre qu'on adorait
Qu'on cherchait sous la pluie
L'autre qu'on devinait
Au détour d'un regard
Entre les mots, entre les lignes
Et sous le fard
D'un serment maquillé
Qui s'en va faire sa nuit
Avec le temps tout s'évanouit
*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
Même les plus chouettes souv'nirs
Ça t'a une de ces gueules
A la galerie j'farfouille
Dans les rayons d'la mort
Le sam'di soir
Quand la tendresse s'en va toute seule
*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
L'autre à qui l'on croyait
Pour un rhume pour un rien
L'autre à qui l'on donnait
Du vent et des bijoux
Pour qui l'on eût vendu son âme
Pour quelques sous
Devant quoi l'on s'traînait
Comme traînent les chiens
Avec le temps va, tout va bien
*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
On oublie les passions
Et l'on oublie les voix
Qui nous disaient tout bas
Les mots des pauvres gens
Ne rentre pas trop tard surtout ne prends pas froid
*** *** ***
Avec le temps
Avec le temps va, tout s'en va
Et l'on se sent blanchi
Comme un cheval fourbu
Et l'on se sent glacé
Dans un lit de hasard
Et l'on se sent tout seul
Peut-être mais peinard
Et l'on se sent floué
Par les années perdues
Alors vraiment
Avec le temps... on n'aime plus
.
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
Ti dimentichi il viso
E ti dimentichi la voce
Quando il cuore non batte più
Non vale la pena di andare a cercare lontano
Bisogna lasciar perdere e va bene così
*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
L'altro che adoravi
Che cercavi sotto la pioggia
L'altro che indovinavi
Dal contorno di uno sguardo
Tra le righe e le parole
E sotto il belletto
Di una promessa truccata
Che va a fare la sua notte
Con il tempo tutto svanirà
*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
Anche i ricordi più belli
Che ti ha lasciato qualcuno
Nella galleria ho mandato tutto all'aria
Fra i raggi della morte
Al sabato sera
Quando la tenerezza se ne va tutta sola
*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
L'altro in cui hai creduto
Per un raffreddore per un niente
L'altro a cui hai regalato vento e gioielli
Per il quale avresti venduto l'anima per due soldi
Davanti al quale ti saresti trascinato come si trascinano i cani
Col tempo tutto va bene
*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
Ti scordi la passione e le voci
Che ti dicevano sotto voce
Parole di povera gente
Non tornare tardi e soprattutto non prendere freddo
*** *** ***
Col tempo...
Col tempo tutto se ne va
E imbianchi come un cavallo brizzolato
E ti senti gelare dentro a un letto di fortuna
E forse ti senti solo ma in fondo spensierato
E ti senti invecchiato per gli anni perduti
Allora davvero
Col tempo...
tu non ami più
.
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mercoledì 10 marzo 2010

Nino Pedretti - Ulisse / Michael Kenna

Michael Kenna - Cold Dog on Decembrist Square (1999)
St. Petersburg, Russia, sepia toned gelatin silver print7 1/2 x 8"
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La voce e l’occhio di Pedretti penetra con incredibile essenzialità negli anfratti colmi di mestizia e di sostanza metafisica. Pedretti è della terra di Guerra, di Fellini e di Pascoli. Appartiene alla sana follia popolare del visionarismo popolare, anche se in lui la riflessione tende a raggrumarsi in una sorta di dolore denso e incoercibile. Come in questo stupendo “Ulisse”:
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Ulisse, un chèn
l’avéva caminé par tótt al strèdi
e l’era avnéu a muréi
t’l’invéran dla su véita.
E adèss l’era e’ mònd
ch’ u i scapéva véa
i su pan ad luce.
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Ulisse, il cane, aveva camminato per tutte le strade del mondo, per poi morire nell'inverno della sua vita. E adesso era il mondo che gli scappava via in abiti di luce.
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lunedì 8 marzo 2010

Emily Jane Brontë - Felice Casorati


Felice Casorati - Il sogno del melograno (1913)
Torino, Collezione Forti
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Piangono, tu piangi, così deve essere;
il vento sospira dei tuoi sospiri,
e dall’inverno cadono lacrime di neve
là dove giacciono le foglie d’autunno.
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venerdì 5 marzo 2010

Cristina Campo - La tigre Assenza


Ahi che la Tigre,
la tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…
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La neve era sospesa tra la notte e le strade
Come il destino tra la mano e il fiore.
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In un suono soave
Di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
Notturna, volto umano!
.
(ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).
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giovedì 4 marzo 2010

Dorothy Porter - Relitti


E' ancora lì.
Intatto.
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Chiudo gli occhi.
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Quelle terribili verande assopite
possono sempre eruttare
.
intrappolandomi per l'eternità
in questa faglia di aspre sbalze di arenaria
e ciocche di foresta pluviale
incollate alle parti intime e tenere della valle
come peli pubici.
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"Quella deliziosa sala da tè"
dice Fay sognante
"potrebbe esser fatta
con resti di vascello".
.
Io apro gli occhi
e li trascino
su quella rovina stecchita
.
" vedrai al prossimo incendio
come cola a picco"
.
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mercoledì 3 marzo 2010

Anne Sexton - Magia nera


Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi ed isole
non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
e ortaggi non fossero abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell'essenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così io son ragazza.
Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se erezioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Come un mobile usato costruisce un albero.
Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu maschio sei così.
Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l'estrosa abbondanza.
.
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lunedì 1 marzo 2010

Cesare Pavese


Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio e il silenzio.
Non vive cosa che più di te
sia remota dall'alba.
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da Sei la terra e la morte di Cesare Pavese
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venerdì 26 febbraio 2010

Charles Baudelaire - Il crepuscolo della sera


Ecco la dolce sera, amica del criminale;
Arriva come un complice a passi felpati: il cielo
Lentamente si chiude come un'immensa alcova,
E l'uomo impaziente si muta in una belva.
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da Tableaux Parisiens di Charles Baudelaire
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giovedì 25 febbraio 2010

Fernando Pessoa - Tudo que sou (Tutto quel che sono)


Tudo que sou não é mais do que abysmo
Em que uma vaga luz
Com que sei que sou eu, e nisto cismo,
Obscura me conduz,
.
Um intervallo entre não-ser e ser
Feito de eu ter lugar
Como o pó, que se vê o vento erguer,
Vive de ele o mostrar.
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Tutto quello che sono non è altro che abisso
in cui una vaga luce
con cui so che sono io e incerto medito
oscura mi conduce,
.
un intervallo tra non essere e essere
fatto del mio aver luogo,
come la polvere, che si vede il tempo alzare,
vive del suo mostrarla..
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da Il mondo che non vedo, poesie ortonime di Fernando Pessoa
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