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venerdì 12 marzo 2010

bizzarro suicidio


Il Sig. Jeffrey Burton, un lavavetri di 57 anni ha posto fine alla sua vita infilzandosi più volte con una gigantesca matita. L’oggetto era un souvenir appartenuto alla sua mamma, morta da tempo. I vicini, preoccupati perché l’uomo non rispondesse ai tentativi di contattarlo, hanno chiamato la polizia. Gli agenti lo hanno trovato disteso per terra in mutande, con dei terribili feriti all’inguine e la matita coperta di sangue accanto. Il magistrato inquirente, Mr. Alan Craze, ha detto: “Per me è un mistero. Se uno sceglie di uccidersi, non è così che fa… La matita non era nemmeno bene appuntita”. Non pare ci siano dubbi sulla dinamica della morte in sé, ma in mancanza di chiare indicazioni dell’intento di suicidarsi e sullo stato mentale di Burton, la Corte ha emesso un verdetto “aperto” in attesa di altre prove. (Fonte)
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mercoledì 3 marzo 2010

Il sig Yang e signora


La vita del Sig. Yang, di 50 anni, residente a Shanghai è stata salvata dalla sua bambola gonfiabile. L’uomo, un vedovo in preda a una crisi depressiva, ha tentato il suicidio, lanciandosi insieme con l’unica “donna” rimasta nella sua vita dal sesto piano della palazzina dove abita. La fortuna ha voluto però che lui atterrasse sopra il fantoccio che, scoppiando fragorosamente, ha notevolmente attutito impatto. I vicini, che in un primo momento avevano pensato di essere testimoni di un doppio suicidio di tipo convenzionale, hanno paragonato il rumore allo scoppio di un pneumatico. Wang se l’è cavata con due costole rotte e qualche escoriazione. La sua amica di plastica però è stata ridotta a brandelli. (Fonte)
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venerdì 29 gennaio 2010

Robert "Budd" Dwyer


Robert "Budd" Dwyer è stato un politico statunitense, noto per il fatto che, la mattina del 22 gennaio 1987, si suicidò sparandosi in bocca durante una conferenza stampa in diretta televisiva.
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Travolto da accuse di corruzione, frode ed associazione a delinquere, rischiava una condanna fino a 55 anni di carcere ed al pagamento di una multa di 300.000 dollari. Il giorno dopo la sentenza Budd Dwyer organizzò una conferenza stampa in diretta televisiva ad Harrisburg, capitale della Pennsylvania, per ribadire la propria innocenza.
Dopo questo discorso, Budd Dwyer estrasse da una grossa busta una pistola .357 Magnum, disse: "Please leave the room if this will offend you" ("Per favore, lasciate la stanza se questo vi turberà"), introdusse l'arma nella propria bocca e fece fuoco, morendo istantaneamente in diretta televisiva.
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lunedì 7 settembre 2009

Il ponte imburrato


Dalla Cina un’interessante tecnica per rendere “a prova di suicidi” un ponte a Guangzhou, nel sudest del Paese: lo spalmano regolarmente di burro. La struttura è una calamita per quelli che vogliono togliersi la vita. In un solo mese recente i morti sono stati otto, con numerosi tentativi non portati a termine. Secondo un portavoce del Governo, Mr. Shiu Liang, “Abbiamo provato a mettere guardie agli imbocchi e non ha funzionato; abbiamo messo uno speciale recinto e avvisi chiedendo alla gente di non saltare… Non ha funzionato niente, ma ora lo imburriamo. Il ponte diventa scivoloso e difficile da scalare”. Shiu assicura che: “Da quando abbiamo iniziato, non ci sono più stati problemi”. (Fonte)
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lunedì 27 luglio 2009

Il 27 luglio 1994 muore a Johannesburg suicida...



... Kevin Carter fotografo sudafricano.
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Kevin Carter, si suicidò tre mesi dopo aver vinto il premio Pulitzer grazie a questo scatto, secondo alcuni era già da tempo depresso , faceva uso di droghe e soffriva per la morte di un suo caro amico -e collega- ucciso dalla polizia di Johannesburg.
Quel giorno il fotografo aveva avuto un incontro con il male assoluto, con una scena troppo difficile da affrontare; il rantolo di una bambina sudanese abbandonata che stava morendo, e a pochi metri un avvoltoio appostato in attesa di ghermirla.
Secondo Susan Sontag il fotografo vive una condizione simile a quella del turista che s’immerge in una realtà , anche dolorosa , con la consapevolezza di poterne uscire in qualsiasi momento, c’è un confine rassicurante che si può sempre attraversare tra “l’io” che osserva e “loro” che soffrono, una condizione di privilegio esistenziale che dà i brividi , per altri il fotoreporter è poco più di un entomologo che guarda gli esseri umani con distacco, senza una vera empatia con la realtà che sta documentando , la professionalità supera di molto l’umanità del suo sguardo.
Ma la stessa cosa si può dire del lettore e di chi usufruisce dell’informazione.
Cosa fece Carter dopo aver scattato la foto? Scacciò l’avvoltoio? soccorse la bambina, oppure no?
Nelle poche settimane prima del suicidio a chi lo interrogava rispondeva di non essere assolutamente orgoglioso di quell’immagine, anzi di odiarla, ma più spesso glissava.
Se è vero che la foto è il motivo della sua morte, Carter si uccise veramente perché era oppresso dal rimorso? oppure perché aveva assistito impotente a qualcosa che era troppo da sopportare? Si sentiva in colpa per se stesso, oppure in maniera universale per tutto il mondo “sviluppato” che rappresentava tramite il lavoro di reporter free-lance? per essere un’ appartenente a quell’universo che filtra ogni dramma con le regole del marketing, dei tagli redazionali e delle convenienze politiche e culturali? O più semplicemente perché non era riuscito ad obbedire a quella regola etica che gli avrebbe imposto di non scattare affatto e salvare la bambina?
Secondo un’altra testimonianza Carter non si fermò per soccorrerla e la ritrovò il giorno dopo morta nello stesso luogo, ma ogni racconto sull’episodio è sempre pieno di contraddizioni e imprecisioni.
Non ci rimane più nulla per capire a fondo il perché di questa immagine se non la sua forza immediata che fa vacillare qualsiasi altro tentativo di ragionamento e comprensione.
Carter , o forse la leggenda che ormai vive al suo posto, ha compreso che il suo sguardo di fotografo era solo uno strumento facilmente manipolabile, senza nessuna altra possibilità di intervento sulla realtà.
Carter ha visto l’essenza dell’uomo che muore diventando un pasto per un altro animale, forse ha riconosciuto la vera natura del suo essere uomo.
Probabilmente tutte le motivazioni del reporter spinto dalla passione politica ed etica del dovere d’informazione sono crollate in un colpo.
Pure lui ha agito d’istinto , il suo scatto non è pensato, è un riflesso della sua professionalità che gli imponeva di fronte al dramma di documentarlo, in un certo senso era in trappola, prigioniero del suo ruolo, impotente rispetto alla atrocità , schiacciato dell’assurdità della sua condizione, l’essere un professionista voleva dire smettere di essere semplicemente umano…almeno lui se n’è accorto.
Oppure sono solo supposizioni.
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mercoledì 22 luglio 2009

Angelo Morbelli



Angelo Morbelli - Asfissia! (1884)
Olio su tela - 159 x 199,5 cm - Torino, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea
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"Asfissia" di A.Morbelli è un quadro ispirato a un fatto di cronaca nera del tempo, il suicidio di due amanti in una camera d'albergo. Per via delle critiche che gli erano state rivolte, per il tema trattato, il pittore divise in due il quadro.
L'opera è ricca di particolari esaltati dall'effetto di luce che il pittore ha tratto dal riflettersi che fa il sole, dal lastricato della via sopra le griglie e i vetri della finestra.
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