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martedì 2 febbraio 2010

lobotomia


Tipo di intervento chirurgico messo a punto nel 1935 dal neurologo portoghese Antonio Egas Moniz, al ritorno di un suo viaggio in America, dove era venuto a conoscenza che alcuni chirurghi riuscivano a far smettere agli scimpanzè di saltare continuamente nelle gabbie mediante la recisione delle fibre nervose dei lobi frontali. Moniz pensò di applicare la stessa tecnica ai pazienti del manicomio di Lisbona, in cui operava.
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I risultati furono considerati dai medici e persino da molti familiari dei ricoverati un grande successo: i pazienti diventavano improvvisamente tranquilli, non gridavano più nelle corsie, non disturbavano, e soprattutto non erano più pericolosi.
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Tale tecnica oggi non viene più utilizzata perché riduce i soggetti a uno stato quasi vegetale. Ma per anni essa fu praticata con notevole frequenza in Europa su coloro che erano rinchiusi in manicomio. Moniz vinse addirittura il premio Nobel, nel 1949, per questa sua invenzione. La lobotomia approdò successivamente negli USA, dove medici di pochi scrupoli cominciarono ad applicarla anche a persone sostanzialmente normali, magari solo un po’ iperattive o socialmente devianti.
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Tra questi si distinse un certo Walter Freeman, un neurologo della George Washington University, che perfezionò la tecnica di Moriz, utilizzando uno scalpello con cui praticava un’incisione poco sopra gli occhi del paziente, mentre questi era sottoposto a scosse elettriche a fini anestetici. Si calcola che gli interventi eseguiti da Freeman con questa tecnica siano stati migliaia. I pazienti non erano soltanto malati mentali, ma criminali o anche persone che presentavano semplici disturbi comportamentali.
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Un caso famoso di persone sottoposte a lobotomia è quello di Rosemary Kennedy, sorella di John Kennedy e di Bob Kennedy. Rosemary era una ragazza molto vivace, con un lieve ritardo mentale che le causava qualche difficoltà a scuola. La sua condotta sessuale, giudicata un po’ troppo libera e disinvolta per quei tempi, preoccupava il padre, Joseph Kennedy, il quale temeva ripercussioni negative per la carriera politica che intendeva far intraprendere ai figli maschi. Per questo motivo, nel 1941, all’insaputa della moglie, egli decise, di far sottoporre la ragazza a lobotomia. L’operazione riuscì perfettamente, nel senso che Rosemary, da quel giorno, perse ogni capacità di agire in maniera autonoma (e di dare preoccupazioni al padre). Venne rinchiusa in un istituto per disabili mentali, dove rimase praticamente fino alla morte, avvenuta all’età di 86 anni.
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La lobotomia, comunque, non portò fortuna ai suoi più entusiasti sostenitori, Moniz e Freeman. Il primo venne colpito, mentre lavorava nel suo ufficio, da una fucilata sparata da un suo paziente; Moniz sopravvisse, ma rimase parzialmente paralizzato. Al secondo venne revocata la licenza di operare dopo la morte di una paziente, colpita troppo pesantemente col famigerato scalpello. L’orrore di questa pratica venne portato a conoscenza del grande pubblico da Tennessee Williams, che scrisse un pezzo teatrale sull’argomento, dal titolo Improvvisamente l’estate scorsa. Successivamente Ken Kesey vinse il premio Pulitzer con Qualcuno volò sul nido del cuculo che fu portato sullo schermo, con grande successo di critica, nel 1975.
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venerdì 8 gennaio 2010

Allegre pagine di politica

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E' il dicembre del 2007 quando il rubicondo Calderoli pronuncia queste parole:
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La vera bomba a orologeria è la Padania. Le battaglie per liberare il Nord e ridare dignità e diritti al cittadino padano non possono passare dai venditori di padelle o dalle autoreggenti delle rosse di turno. Purtroppo questa battaglia passerà attraverso il rosso del sangue.
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E' invece il 2006 quando esce Inno Verdano, commento musicale sull'argomento di Caparezza
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Io voglio diventare un verdano avvinazzato,
sputare parlando un italiano stentato.
Io, servitore di uno stato
dove chi non è come me viene discriminato.
Voglio sbandierare commosso
un tricolore senza bianco, né rosso.
Voglio lodare il deputato esaltato,
che vuole l’immigrato umiliato e percosso.
Voglio denigrare le prostitute,
disinfettando i treni dove sono sedute.
Questione di cute
su cui non si discute
sono puro come l’aria, tutta salute.
Voglio giurare fedeltà al senatùr,
voglio vendicare la mia Pearl Harbour.
Roba da fare rivoltare nella tomba
Gaetano Salvemini ed il conte di Cavour.
'Imbraccia il fucil,
prepara il cannòn,
difendi il verdano dai riccioli d'or
Espelli il negròn,
inforca il terròn,
e servi il tuo popolo
con fulgido amor.’
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lunedì 21 dicembre 2009

Antonin Artaud


"Ho subito 51 elettrochoc, durante uno dei quali sono stato dichiarato clinicamente morto e poi risuscitato e rigettato nel terrore del trattamento psicoanalitico... Dal più profondo della mia vita io continuo a fuggire la psicanalisi, la fuggirò sempre come fuggirò qualunque tentativo per imprigionare la mia coscienza in precetti o formule, in una organizzazione verbale qualsiasi."
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Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry, 4 marzo 1948) è stato un commediografo, attore teatrale, scrittore e regista teatrale francese.
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venerdì 18 dicembre 2009

luna droga & botte da orbi


Una ricerca fatta in un nosocomio australiano ha evidenziato che i picchi di violenza tra i pazienti più svitati corrispondono perfettamente all’apparire della luna piena. Nello studio, condotto all’ospedale Calvary Mater Newscastle, quasi un quarto dei casi segnalati di “disordine comportamentale acuto” si è verificato in una notte di plenilunio, il doppio dell’incidenza rispetto alle altre fasi lunari. Alcuni pazienti hanno aggredito il personale sanitario “come degli animali; mordendo, sputando e graffiando”, secondo la ricercatrice Leonie Calver, che paragona il fenomeno a quello dei lupi mannari della tradizione. C’è però una differenza: oltre il 60 percento dei pazienti studiati era sotto l’influenza di sostanze intossicanti al momento degli attacchi. La Calver ha detto: “Non sappiamo se trovino più divertente usare alcool o droga sotto la luna piena o se invece sono influenzati direttamente dall’astro”. (Fonte)
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martedì 1 dicembre 2009

le coccole dal cadavere


Dal Vietnam la notizia di un uomo che ha dissepolto il cadavere della moglie a due anni dalla morte per riportarlo nel suo letto. Voleva, spiega, potere coccolarlo nella notte. Il Sig. Le Van, un 55enne da Quang Nam, nel centro del Paese, doveva essere piuttosto affezionato alla donna perché pare abbia dormito sulla sua tomba per i primi venti mesi dopo il decesso. Quando però non ha più retto al freddo e le piogge notturne, ha portato i resti a casa, avvolgendoli in argilla per dare una forma più femminile all’insieme e poi vestendoli in una camicia da notte. Sono già cinque anni che ci dorme insieme. Sembra i vicini abbiano preso a evitare la casa, ma a Van non importa: “Faccio le cose in modo diverso. Non sono come le persone normali”, avrebbe detto. (Fonte)
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martedì 17 novembre 2009

Wish You Were Here - Sid Barrett


Molti si sono chiesti di quale malattia realmente soffrisse Syd Barrett.
Sono state avanzate le ipotesi della schizofrenia, della psicosi maniaco-depressiva e della sindrome di Asperger senza che la sua patologia fosse mai chiarita del tutto.
L'uso di droghe psicotropiche da parte di Barrett, negli anni Sessanta, è ampiamente documentato.
In parecchi ritengono che le droghe siano state il fattore scatenante della sua follia.
Ben documentate sono anche le sue "performance" sul palco e fuori da esso.
Per June Bolan, i campanelli d'allarme iniziarono quando Syd tenne prigioniera in camera la sua ragazza per tre giorni, lasciando occasionalmente scivolare sotto la porta una porzione di biscotti.
Secondo il critico Jonathan Meades, in un'occasione fu compiuto un atto di crudeltà verso Barrett, da parte dei roadies.
Secondo il racconto, smentito da Storm Thorgerson, «Raggiunsi l'appartamento [di Barrett] per vedere Harry, e sentii questo gran fracasso, come tubi del riscaldamento che vibrano.
Io dissi "Cosa sta succedendo?" Lui ridacchiò e mi rispose: "Questo è Syd che sta avendo un brutto trip. L'abbiamo messo nell'armadio"».
Sempre Storm Thorgerson racconta dell'umore estremamente incostante di Syd, dicendo che spesso doveva tirarlo via da Lynsey (la sua ragazza), perché smettesse di colpirla in testa con un mandolino.
David Gilmour, in un'intervista al National Post, diede una sua possibile diagnosi. Secondo lui Barrett era epilettico, ma soffriva solo di crisi parziali; le luci del palco e le droghe avrebbero provocato le crisi, scambiate per malattia mentale.
Syd Barrett muore a Cambridge il 7 luglio 2006 a 60 anni per un tumore al pancreas, anche se spesso viene riportato che sia deceduto per complicanze dovute al diabete.
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giovedì 5 novembre 2009

Arte e Follia: Johann Heinrich Füssli


Johann Heinrich Füssli - La follia di Kate (1806)
Francoforte, Goethemuseum
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In uno dei suoi più celebri dipinti, La follia di Kate, il soggetto rappresentato è un personaggio della lirica The Sofa contenuta nel poemetto "Il compito" del poeta inglese William Cowper. Kate è una giovane domestica legata ad un marinaio la cui scomparsa in mare scatenerà in lei la follia.
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Kate, personaggio romantico, è colta da Füssli in tutta la sua allucinata intensità. La circonda un'atmosfera di simbolica tempesta mentre sullo sfondo scuro il mare agitato ricorda la tragica sorte del suo amato. L'uso del colore e il ductus pittorico assecondano in maniera evidente la dimensione onirica e il talento visionario del pittore.
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venerdì 30 ottobre 2009

Gaëtan Gatian de Clérambault


Nel 1908, Gaëtan Gatian de Clérambault aveva trentasei anni. Un’età non troppo giovane per un medico che, ossessionato dalla fotografia e dal disegno, impiegato presso la Prefettura di polizia, già da un decennio si dedicava smodatamente alla ricerca di malanni e sintomi nascosti nei luoghi più impervi del costume umano e del commercio sociale.
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Clérambault frequentava gli ambulatori giudiziari, non sdegnava le carceri o i reparti in cui si confinavano i derelitti e, nel corso della Prima guerra mondiale, prese infine servizio come medico di campo nel duplice intento di studiare i traumi del conflitto sugli individui e fotografare le conseguenze sul territorio dell’esplosione delle mine. Nel 1908, comunque, alcune delle future teorie di questo insolito psichiatra un po’ conservatore e forse troppo legato agli schemi dell’ereditarietà troveranno in nuce il loro primo sviluppo e il primo accenno negli “Archives d’anthropologie criminelle de Médecine légale et de psychologie normale et pathologique “. Gli “Archives” ospitarono infatti la prima parte di una sua singolarissima relazione dedicata al drappeggio e intitolata La passion érotique des étoffes chez la femme. La passione femminile per le stoffe era stata indagata proprio in quegli anni, che grosso modo coincidevano con il boom di aperture di Grandi Magazzini, da scrittori e giornalisti incuriositi soprattutto da un nuovo fenomeno in rapidissima diffusione come il furto “femminile”, legando in forma un po’ ingenua la cleptomania alla fascinazione esercitata dalla moda e dal prêt-à-porter. Pur non trascurando affatto l’elemento del “passionale” del furto, più che lanciarsi in voli romantico-pindarici o in esercizi di moralizzazione sulla “donna delinquente”, Clérambault preferì concentrarsi sulla descrizione delle stoffe intese come veri e propri corpi e come tali dotati di pulsioni, generatori di passioni, capaci di trasformarsi in veicolo del più smodato erotismo femminile e di una perversione specifica molto diversa da quella riscontrabile negli uomini. Attraverso l’interrogatorio di tre detenute «che hanno provato un’attrazione morbosa per certe stoffe, in particolare per la seta», Clérambault giunse a circoscrivere un preciso fenomeno di feticismo in tono minore, tutto femminile, determinato da «iperestesia al contatto con la seta». In mancanza di concretissima seta rubata, notava però lo psichiatra, le donne non sognavano immaginarie «sete sontuose» e il loro rapporto appariva dunque carnalmente e concretamente simile a quello di un «buongustaio solitario mentre assapora un buon vino».
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Le intuizioni di Clérambault, sviluppate nei successivi lavori sulle psicosi passionali, sull’automatismo mentale e, soprattutto, sull’erotomania arriveranno fino a Lacan che nel 1966 lo designerà esplicitamente come «unico maestro» (in psichiatria), suscitando una particolare eco e in alcuni, c’è da supporre, persino un certo imbarazzo. Che cosa aveva da condividere Lacan con l’eccentrico e disattento Clérambault, che non si mostrò proprio un estimatore di Freud, era un aperto avversario del surrealismo e per giunta morì suicida con una mise-en-scène così sfacciatamente teatrale che il 20 novembre del 1934 ispirò a “Le Figaro” un commento tanto sfrontato, quanto celebre? Il giornale testualmente scrisse: «Sembra che le malattie mentali siano contagiose. Non si vive impunemente a contatto con i pazzi».Già nei suoi primi testi, in particolare nello studio del 1931 dedicato alla Structure des psychoses paranoïaques, Jacques Lacan aveva mostrato il proprio debito nei confronti di Clérambault. Nonostante un rapido allontanamento dalla sua “scuola”, Lacan ebbe il merito indubbio di individuare nel’«erotomania» e nell’automatismo mentale descritti da Clérambault altrettanti elementi chiave per comprendere la strutturazione dell’inconscio come linguaggio. Ma Lacan non era il solo. Pochi anni dopo- nel ‘37 per la precisione – toccò a Gaston Ferdière riprenderne un po’ più schematicamente le tesi e sintetizzarle in un lavoro non privo di conseguenze, anche se poco noto: L’érotomanie ou l’illusion délirante d’être aimé edito da Doin & C. e dedicato, appunto, alla cosiddetta «sindrome di Clérambault» o erotomania. Non è singolare, pertanto, che anche il nome di Gaston Ferdière – figura complessa, noto ai più solo in quanto “sfortunato” psichiatra di Antonin Artaud – ritorni assieme a quelli di Clérambault e, ovviamente, Lacan nel volume bello e ricco di aperture che Chiara Mangiarotti, Céline Menghi e Martin Egge hanno dedicato alle Invenzioni nella psicosi. Unica Zürn, Vaslav Nijinsky, Glenn Gould.
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Se alla morte di Clérambault “Le Figaro” ironizzava forse involontariamente sulle potenzialità di contagio della follia, Lacan ribadiva che no, «non diventa pazzo chi vuole» e un organismo fragile, «un’immaginazione sregolata, conflitti che superano le forze non bastano» per spiegare il mistero complesso della follia. Sono precisamente queste parole – nota Céline Menghi nel saggio che apre il volume – a far posto alle «parole del folle nel campo della psicoanalisi». Ma sono ancora queste parole a riproporre drasticamente la questione in tutta la sua rischiosa complessità, dove se è vero che i rischi aumentano in proporzione alla seduzione e al fascino del tema e dei soggetti trattati.
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Il punto centrale che muove e lega in uno schema unitario i tre lavori presentati nel volume (Egge sul “dialogo senza parole” di Gould, Menghi sulla scrittura di Nijinsky e Mangiarotti sulla poesia anagrammatica, sul segno e il disegno di Unica Zürn) è quello della “supplenza” e dell’invenzione nella follia. Per continuare a vivere, alcune persone decidono di porsi non solo idealmente al confine fra la vita e la morte: il bisogno di equilibrio, ordine e protezione forse non nascondono altro che il desiderio di coltivare una passione che salva e permette – a loro, ma non soltanto – di affrontare l’angoscia dell’esistenza. Se ne ricava un dialogo intenso, fortemente articolato fra le figure chiamate in causa e i problemi – non pochi – che mano a mano affiorano nella disamina delle singolarità del lavoro con e sul pianoforte di Gould, in quel vero testo di rottura e di vita vissuta che sono i Diari di Vaslav Nijinski, e nelle mille vicissitudine di Unica Zürn nella sua volontà di essere scrittrice e in seguito nella sua incapacità di esserlo in ogni circostanza, soprattutto dopo l’incontro con Hans Bellmer e Gaston Ferdière (che la prese in cura).
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È proprio nella figura della Zürn, affrontata nel lungo saggio critico di Chiara Mangiarotti (Unica Zürn. Una Unica supplenza), che vita, “follia” e strategie di esistenza si muovono e si incontrano sul crinale di un equilibrio particolarmente fragile. La Zürn, infatti, sembra incarnare perfettamente il tipo affetto da «sindrome di Clérambault» e animato, come sosteneva Ferdière, da una delirante illusione di essere amati. Ma il suo equilibrio – e questo Ferdière non lo comprese mai – è tale, pur nella precarietà che gli fa da sfondo, proprio perché integralmente inscritto nella storia di uno «stato passionale». Una stato continuamente sovreccitato, un’invenzione appunto nella psicosi, come ricorderà nell’autobiografico Oscura primavera. Storia, quella di Unica, che è anche un capitolo importante nel rapporto spesso distorto fra genialità, femminile e follia. Termini quasi sempre assunti – ma non è questo il caso – come altrettanti luoghi comuni.
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Nel 1970, poche settimana prima di togliersi la vita, Unica Zürn scrisse un testo che ha tutti i canoni dell’appello, seppure tardivo. Nel testo – intitolato MistAKE, recante la dedica «a Jacques Lacan» – Unica parla di un «uomo chiamato amore». In questa figura l’autrice berlinese condensava il tema di tutto il proprio lavoro di scrittura: la possibilità di un amore a distanza, anche quando impossibile. «Soltanto chi ama senza speranza», scriveva infatti la Zürn, «ha la possibilità di amare sempre, e sempre con la stessa intensità». E forse questo Clérambault l’aveva capito.
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Unica Zürn


Unica Zürn, compagna del surrealista Hans Bellmer, abile disegnatrice di anagrammi e esseri ibridi morì suicida a 54 anni.
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E' prendendosi una vacanza dalla scrittura che Unica Zürn (1916-1970) comincia a dipingere nella Berlino del secondo dopoguerra. Ex sceneggiatrice dell'Ufa guadagna allora appena da vivere scrivendo racconti fantastici e storie brevi per i giornali tedeschi. Ma la sua vocazione artistica trova autentica espressione e riconoscimento solo dopo l'incontro-colpo di fulmine con il surrealista Hans Bellmer (1902-1975), che raggiunse a Parigi nel '53.
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Qui, dando vita a una singolare opera grafica e letteraria, divide con lui gli anni bui della miseria e quelli dei rari esaltanti successi. Qui, la celebra oggi il museo Halle Saint-Pierre presentando (sino al 4 marzo 2007) la sua prima retrospettiva francese. Poco più di un centinaio di disegni realizzati tra il 1954 e il 1970, quasi una mappa criptica del suo tormentato paesaggio interiore. Vi appaiono delicate figure femminili ornate di squame, millepiedi appuntiti, ibridi misteriosi volatili, vegetali rapaci, meduse, serpenti, sfingi, draghi bicefali, e altre incantevoli creature mostruose, spesso attraversate, o congiunte, da punti, coni, spirali e reticoli da cui si sprigiona una moltitudine di occhi. Come se il suo incessante scrutare "l'idra della sofferenza" facesse esplodere la visione artistica in una fantasmagorica fuoco d'artificio mentale, confondendo le chimere dell' archetipo collettivo con le sue ossessioni intime in enigmatiche filigrane all'inchiostro di china.
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"Vidi immediatamente il suo notevole talento per il disegno automatico, sostenuto da una 'melodia' grafica senza rotture" dice Bellmer dei suoi primi disegni. Nonostante la ritragga nuda con il corpo nudo legato stretto in un ammasso di carne deforme (nella celebre Unica in copertina de Le Surrealisme, même, con l'eloquente didascalia "conservare al fresco"), l'artefice de la Poupée incoraggia sin dall'inizio la vocazione della compagna ( a differenza degli altri surrealisti, da Breton, che tenta di ignorare il talento pittorico della moglie Jacqueline Lamba per relegarla al ruolo di musa, a Yves Tanguy che non guarda mai i dipinti della compagna Kay Sage, pasando per Man Ray che non riesce ad accettare la libertà di Lee Miller).
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E condivide con lei la passione per gli anagrammi. Lui paragona il corpo "a una frase che sembra invitarci a disarticolarla, affinché il suo vero contenuto si ricomponga in una serie di anagrammi senza fine" (Anatomie de l'image, 1957). In quest'ottica, la serie della bambola, Die Puppe (1953-1954) - descritta da André Breton a Paul Eluard come" il primo e unico oggetto surreale originale"- si rivela come una combinazione di anagrammi corporali: gambe, braccia, sessi, scorporati dalla loro funzione originale reincorporati in una nuova forma che sfida il comune senso del pudore per moltiplicarne le ambiguità.
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Intanto i disegni di lei prendono la forma di anagrammi grafici, effetto collaterale di una trance dalla disperata vitalità. Appasionata della ricerca dei significati reconditi delle parole e dei numeri ( si aspettava di morire a 54 anni, poiché cinque più quattro fa nove, il suo numero magico), l'artista eccelle negli anagrammi letterari. Già nel '54 la galleria Springer di Berlino pubblica il suo volume Hexentexte (Scritti di strega): raccolta di dieci anagrammi e dieci disegni con postfazione di Bellmer.
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Accolta con entusiasmo dal gruppo surrealista, partecipa con la sua opera alle esposizioni collettive del movimento (tra cui l'ultima grande mostra internazionale alla Galleria Cordier nel '59) e ha tre personali a Parigi ( per la mostra del '62, alla galleria Le Point Cardinal, Max Ernst comporrà una prefazione "cryptografica", qui esposta).
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Determinante l'incontro con l'artista Henry Michaux, che allora sperimenta diversi allucinogeni al fine di carpire i segreti della coscienza. La partecipazione di Unica Zûrn a questi esperimenti sarebbe all'origine, nel '57, della prima di una lunga serie di crisi mentali che negli ultimi anni la costringono a numerosi soggiorni psichiatrici. Durante questi periodi che lei talvolta definisce "vacanze", Michaux le rende visita portandole fogli e colori affinché prosegua nella sua opera artistica.
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Contribuendo involontariamente alla sua discesa nella fossa dei serpenti e offrendole gli strumenti virtuali per attraversarla "a mano armata", Michaux appare come l'uomo del destino che Unica evoca nel suo libro Der Mann im Jasmin (L'uomo dei gelsomini), sottotitolo: Impressioni di una malata mentale, pubblicato postumo nel '71 e definito allora da Michel Leiris "il libro più importante dell'anno".
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Un'autobiografia fuori dai canoni, dove l'artista cortocircuita le figure dell'autrice, narratrice e protagonista, fondendo ad arte delirio e creazione, rappresntazione e realtà, per elaborare imperturbabili "cronache dall'interno", incursioni alla terza persona singolare nei territori della follia femminile.
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Nella postfazione (1977) Ruth Henry, traduttrice francese e amica intima, dice di lei:"Aveva intuito che la fuga, il bisogno della malattia, della follia, costituivano il fondamento stesso della sua esistenza. Pure, assumendo un compito che si era autonomamente attribuita, è riuscita a trasporre la distruzione della malattia in qualcosa di costruttivo, in un'opera. Così facendo ha realizzato un'azione - un'azione vitale- che poi l'ha condotta 'verso l'antico paese incantatore della morte'".
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Già. L'idea del sucidio, evocata pure nel breve Dunkler Frühling (1967), oscura primavera, rivisitazione erotica dell'infanzia, permea tutti i suoi scritti. Così, il 19 ottobre 1970, a 54 anni, uscita dalla clinica con un permesso speciale, si getta dal balcone dell'appartamento che divide con Bellmer (paralizzato da lunghi mesi), incapace di sopportare oltre la sua amara condizione, da cui la malattia mentale non è più fuga, vacanza, o pre/testo artistico ma, sempre più, ormai solo un'opprimente prigione. Da cancellare, come un disegno sbagliato, con un salto nel vuoto.
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mercoledì 21 ottobre 2009

Arte e follia: Vaclav Fomič Nižinskij


George Barbier - Nižinskij in Schéhérazade, Parigi, 1910 (1913)
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Vaclav Fomič Nižinskij (Вацлав Фомич Нижинский) (Kiev, 12 marzo 1890 – Londra, 8 aprile 1950) è stato un ballerino e coreografo ucraino di origine polacca. Considerato uno dei ballerini più dotati della storia, divenne celebre per il suo virtuosismo e per la profondità e intensità delle sue caratterizzazioni. Fu uno dei pochi uomini capaci di danzare sulle punte e la sua danza, apparentemente in grado di negare la legge di gravità, è diventata parte della sua leggenda.
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Questa è la sua storia.
Nacque a Kiev da una famiglia di ballerini polacchi emigrata in Russia e considerò sua madre e patria sempre la Russia, nonostante la sua non perfetta coonoscenza della lingua.
Si iscrisse alla Scuola di Ballo Imperiale di San Pietroburgo nel 1900.
A 18 anni si esibì sul palco del teatro Mariinskij in ruoli da protagonista.
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Il punto di svolta nella vita di Nižinskij è il suo incontro con Sergej Diaghilev, membro dell'élite di San Pietroburgo e ricco mecenate, che promuove le arti visive e musicali russe all'estero, in special modo a Parigi.
Nižinskij e Diaghilev diventano amanti e Diaghilev prende in mano la direzione della carriera artistica di Nižinskij.
Nel 1909 organizza la tournée parigina di una compagnia di ballo di cui Nižinskij e Anna Pavlova sono le étoiles. Lo spettacolo riscuote un grande successo che accresce la reputazione dei tre attraverso i circoli artistici europei. Sulla scia del successo Diaghilev crea la compagnia Les Ballets Russes che il coreografo Michel Fokine renderà una delle compagnie di ballo più famose dell'epoca.
Dal 1909 al 1913 la relazione personale e quella professionale fra i due procedettero sempre di pari passo (sia pure attraverso momenti tempestosi, oggetto di pettegolezzi non sempre benevoli nella "buona società" letteraria e artistica).
Fino alla fine: la decisione di Nijinsky di sposarsi e quella di porre fine alla collaborazione con Diaghilev coincisero.
Il talento di Nižinksij fu evidenziato in diversi allestimenti di Fokine, tra cui "Le Pavillon d'Armide" (musiche di Nikolaj Čerepnin), "Cleopatra" (musiche di Anton Arenskij ed altri compositori russi) e il divertissement "La festa". La sua esecuzione di un pas de deux da "La bella addormentata" di Piotr Ilič Čaikovskij fu un grandissimo successo.
Nel 1910 si esibì in "Giselle" e nei balletti "Il carnevale" e Sheherazade, basati su una suite orchestrale di Nikolaj Rimskij-Korsakov.
Rientrato al teatro Mariinskij, ne fu espulso presto a causa di uno scandalo omosessuale.
Divenne allora membro fisso della compagnia di Diaghilev, le cui realizzazioni furono da quel momento centrate sul suo ruolo e le sue capacità. Fu così protagonista dei nuovi allestimenti di Fokine, "Lo spettro della rosa" di Carl Maria von Weber e Petruška di Igor Stravinskij.
Col supporto e l'incoraggiamento di Diaghilev, che ne intuì le doti fin lì inespresse in questo campo, Nižinskij iniziò a lavorare egli stesso come coreografo, influenzato dall'euritmica di Emile Jaques Dalcroze, e produsse tre balletti, L'après-midi d'un faune ("Il pomeriggio di un fauno"), su musica di Claude Debussy (1912), Jeux (1913) e La sagra della primavera su musiche di Stravinskij (1913).
Nei suoi spettacoli Nižinskij introduce forti innovazioni, prendendo le distanze dallo stile del balletto dell'epoca. I suoi radicali movimenti angolari, uniti alla forte carica di sottintesi sessuali, causano disordini al teatro degli Champs-Elysées quando "La sagra della primavera" debutta a Parigi. In "Il pomeriggio di un fauno" viene accusato di "masturbarsi" nella sciarpa di una ninfa.
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Nel 1913 la compagnia de Les Ballet Russes parte per un tour in America del Sud senza Diaghilev, per via della sua paura dei viaggi trans-oceanici. Senza la supervisione del suo mentore, Nižinskij sposa Romola de Pulszky, una contessa ungherese. Secondo le memorie della sorella Bronislava Nižinskaja la de Pulszky, grande ammiratrice del ballerino, fece di tutto tramite i propri contatti per potersi avvicinare a Nižinskij, fino al riuscire a viaggiare sulla sua stessa nave in occasione di un trasferimento.
Numerose furono le ipotesi sulle vere ragioni che stavano dietro a questo matrimonio: la più diffusa vuole che Nižinskij vide nella ricchezza e nel titolo nobiliare della de Pulszky un mezzo per affrancarsi dalla dipendenza da Diaghilev.
Romola è stata successivamente criticata da molti come la donna che forzò Nižinskij ad abbandonare la propria arte per il cabaret, e le cui maniere pragmatiche e decise spesso si scontravano con la natura sensibile dell'artista. Molti vedono in questo fatto un contributo allo scivolamento di Nižinskij nella follia. E nel suo diario Nižinskij annota che "mia moglie è una stella che non splende...".
Si sposarono a Buenos Aires ed al ritorno in Europa furono immediatamente licenziati da Diaghilev in preda alla gelosia. Nižinskij cercò di fondare una propria compagnia, ma un cruciale ingaggio londinese fallì per problemi amministrativi.
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Durante la prima guerra mondiale Nižinskij, cittadino russo, fu internato in Ungheria.
Diaghilev riuscì a farlo espatriare per un tour in America del Nord nel 1916, dove fu coreografo e protagonista del balletto "Till Eulenspiegel".
I segni della sua dementia præcox iniziarono a manifestarsi allora agli altri membri della compagnia. Nižinskij aveva paura degli altri ballerini e temeva che le botole del palcoscenico venissero lasciate volutamente aperte per farlo cadere dentro.
Con un esaurimento nervoso nel 1919, la carriera di Nižinskij giunse di fatto alla fine.
Gli fu diagnosticata la schizofrenia e la moglie lo fece ricoverare in Svizzera, affidandolo alle cure dello psichiatra Eugene Bleuler.
Nižinskij avrebbe trascorso il resto della sua vita entrando e uscendo da ospedali psichiatrici.
Morì in una clinica di Londra l'8 aprile 1950 e fu sepolto a Londra, dove rimase fino al 1953, quando la salma venne traslata al Cimitero di Montmartre a Parigi.
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I diari
Dei suoi anni successivi alla rottura della relazione omosessuale con Diaghilev, Nižinskij ha lasciato un diario, in due parti, in cui la figura dell'impresario/amante appare come da un lato potente e soccorritrice e dall'altro (e molto più spesso) minacciosa, malefica, sadica e persecutoria.
La sessualità è un elemento ossessivamente presente in questo testo (che invece dice deludentemente poco della carriera artistica del ballerino), tanto che la prima edizione (condotta sulla traduzione in inglese curata dalla moglie, con la collaborazione di Jennifer Mattingly, nel 1936) fu pesantemente censurata soprattutto nelle parti che parlano di argomenti connessi alla sessualità. Solo la più recente edizione ha superato il veto dei famigliari, reintegrando le parti soppresse.
Da questo diario sorge inevitabilmente nel lettore la domanda di quanto abbia contribuito, nel crollo psichico di Nižinskij, l'incapacità di accettare e integrare con il resto della personalità il suo orientamento omosessuale.
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martedì 13 ottobre 2009

Alienazioni: il pachinko




La prima volta che ho visto il pachinko è stato nel film Tokyo Ga, dove Wim Wenders ne parla mostrando per la prima volta al grande pubblico del cinema questo aspetto della cultura giapponese. Questo uno spezzone tratto dal film che ho trovato su Youtube

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Alienazioni: il pachinko


Questo gioco provoca una specie di ipnosi, una strana sensazione di felicità. Vincere non è più così importante, ma il tempo passa, per un pò si perde il contatto con se stessi e ci si fonde con la macchina. Forse si dimentica quello che si è sempre voluto dimenticare.
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Alienazioni: il pachinko


Il pachinko si gioca all’interno di oscene, coloratissime, sale giochi. Nella sala c'è un rumore d'inferno, il fumo di sigaretta non permette di vedere da qua a la' e le facce stralunate, o meglio alienate, nella trasfigurazione somatica nipponica, appaiono alquanto grottesche. Migliaia di giapponesi scandiscono le proprie giornate col ritmo metallico di queste palline infernali, iscrivendosi motu proprio nei gironi più bassi della società. Ogni persona siede davanti alla propria macchina; premendo una leva una pallina scende dall’alto e incuneandosi fra una selva di chiodini incastonati nel pannello retrostante, scende a caso verso il basso. Il giocatore vince se riesce a far terminare la caduta della sfera in un punto prestabilito. Ma cosa si vince? Biglie, solo altre biglie e solo i giocatori più abili o più fortunati e i professionisti riescono a vincere tante biglie e a scambiarle con sigarette, prodotti alimentari o elettronici, o con scontrini che possono essere scambiati illegalmente in soldi in uno dei vicoli circostanti. Ogni notte c'e' un omino che apre tutti gli scatoloni e cambia un po' la posizione dei chiodini, cosi' che nessuno impara mai la caratteristica dinamica di caduta delle palline.
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giovedì 8 ottobre 2009

Illustrazioni


From the book by Dr. Paul Regnard
Sorcellerie Magnétisme, Morphinisme Délire des Grandeurs
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mercoledì 29 luglio 2009

Il 29 luglio 1890 muore suicida...



Vincent van Gogh - Campo di grano con corvi (1890)
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...Vincent Willem van Gogh pittore olandese.
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Si è molto discusso sulla malattia psichica di Van Gogh, molti studi sono stati fatti a posteriori senza poter giungere ad una diagnosi certa. Pare però che non fosse semplice depressione ma qualcosa di diverso. Certo dalle due opere traspare proprio come lui sosteneva un senso di tristezza, solitudine, melanconia.....
Un mese prima del suicidio, ormai travolto da una profonda depressione, Vicent Van Gogh scrisse al fratello Theo del suo tentativo di esprimere la "mancanza di allegria ed estrema solitudine" dipingendo i campi di grano sotto cieli tormentati..."
Il 27 luglio 1890 si sparò un colpo di pistola in un campo accanto al cimitero, proprio mentre dipingeva la sua ultima famosa opera. Morirà due giorni dopo, il 29 luglio, e verrà seppellito dal fratello Theo proprio in quel cimitero, accanto al campo dove aveva dipinto il suo ultimo capolavoro.....
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martedì 28 luglio 2009

Il 28 luglio 1941 muore...


... Gino Grimaldi pittore.
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Gino Grimaldi è un artista del primo 1900 sconosciuto ai più. Eppure si tratta di un pittore di indubbio valore sia sotto l'aspetto puramente tecnico-pittorico che sotto quello dell'iconografia, ricca di simboli e attraversata da un linguaggio "segreto", un linguaggio che rivela - ma solo agli iniziati alla divina follia - livelli abissali e spazi celesti di una mente e di un'anima. La riscoperta di questo notevole artista italiano è merito di Giovanna Rotondi Terminiello, così come la conservazione delle sue opere superstiti e soprattutto del suo capolavoro: il ciclo di dipinti realizzati nella chiesa del manicomio di Cogoleto. Omosessuale in una società refrattaria alla diversità, Gino Grimaldi fu ricoverato già all'età di ventiquattro anni per psicosi maniaco-depressiva ed ebbe lungo tutta l'esistenza problemi di equilibrio mentale, tanto che fu più volte ricoverato in manicomi ed ospedali psichiatrici. Nel 1933, convinto di essere ricercato dalla polizia a causa di una relazione omoerotica, tentò il suicidio e venne internato all'Ospedale Psichiatrico di Cogoleto, dove gli fu diagnosticata una psicosi depressiva. Con il consenso dei medici, che ritenevano la pratica dell'arte utile a combattere l'ansia psicotica, Gino Grimaldi iniziò a decorare la chiesa del manicomio.
Nel 1935 rifiutò di essere dimesso per continuare l'opera intrapresa, che terminò nel 1937. Vicino alla firma scrisse: "Ultima Opus. Addio mia Arte". Nel 1941 fu ricoverato nuovamente presso l'Ospedale Psichiatrico di Cogoleto, dove morì il 28 luglio per un attacco cardiaco. La pittura di Gino Grimaldi è connotata da una ricchissima iconografia dell'omosessualità in cui la simbologia cristiana si mescola all'immaginario sessuale ed erotico che emerge da un'età antica, più vicina a Orfeo che non a Platone. Ed ecco che onanismo e preghiera si identificano, come il crocefisso e l'emblema di Priapo. Ascesi e narcisismo, estasi e orgasmo si compenetrano in una visione istintualmente panteista e libera dai legacci di morale e logica, mentre sulle vicende umane vegliano angeli vivi e procaci come i ragazzi del Caravaggio o i bagnanti adolescenti che l'artista ammirava sulle spiagge di Cogoleto. L'amore greco, tuttavia, così presente nella pittura di Gino Grimaldi non svela che uno dei molteplici aspetti della sua arte. "E' un artista un po' inquietante," spiega Giovanna Rotondi Terminiello, "per i significati occulti dei suoi dipinti, difficili da interpretare nei contenuti e pieni di particolari che dimostrano la sua abilità di pittore".
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